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                                       Genealogia del Modello Emozionale 

 

Per comprendere la genealogia del Modello Emozionale, è necessario abbandonare la prospettiva antropocentrica che vede la mente umana come un’entità isolata o sorta improvvisamente con la comparsa del linguaggio. La nostra architettura cerebrale e le funzioni che ne derivano sono il risultato di un processo evolutivo durato centinaia di milioni di anni, iniziato molto prima della comparsa degli ominidi e della stessa definizione dei mammiferi moderni.

1. La Stratificazione del Tempo Biologico

Le radici del nostro sentire affondano in strutture nervose primitive, sviluppatesi inizialmente negli organismi acquatici e nei primi rettili. Molto prima che il genere Homo facesse la sua comparsa, la selezione naturale aveva già perfezionato i protocolli di sopravvivenza legati alla curiosità evolutiva (intesa come attrazione all'esplorazione e all'ambientazione) e alla paura (come regolatore della attrazione oppure attivatore di difesa). Per capire bene il senso di queste due attivazioni antitetiche possiamo ricorrere ala metafora dell'acceleratore e del freno dell'automobile. Essi non coincidono con qualcosa di positivo o negativo, ma assolvono a funzioni pratiche necessarie alla conduzione del veicolo. Questi due antagonisti, lavorano sempre assieme regolando continuamente ogni cosa, sensazioni, pensieri e comportamenti dalla centrale di controllo e attivazione: il Sistema Limbico. Il lavoro di coppia di queste due potenti emozioni primarie si chiama Arousal (dall'inglese Attivazione).

Queste funzioni non sono state sostituite dall'evoluzione umana, ma stratificate. Il cervello umano conserva al suo interno i "comandi" di specie vissute ere geologiche fa. Quando parliamo di Modello Emozionale, ci riferiamo a una matrice che opera su un hardware filogeneticamente antichissimo, progettato per rispondere anticipando gli stimoli ambientali diretti molto prima che esistessero concetti come "società", "morale" o "etica".

2. Dalle Risposte Rettiliane alla Socialità Mammaliana

Le basi della reattività emotiva si sono consolidate nel complesso dei gangli della base (spesso definito cervello rettiliano) e, successivamente, nel Sistema Limbico. Queste aree, preposte alla gestione dell'arousal, all'attacco/fuga e alla regolazione omeostatica, erano già pienamente funzionali milioni di anni prima che i primi mammiferi iniziassero a sviluppare forme di cura della prole e di socialità complessa.

Il Modello Emozionale che il bambino assorbe oggi nell'entourage familiare non fa che "programmare" queste strutture arcaiche. L'individuo, pur vivendo in un contesto tecnologicamente avanzato, risponde a stimoli relazionali utilizzando circuiti neuronali che si sono evoluti per garantire la sopravvivenza in ambienti selvaggi. La "meccanica" del Modello Emozionale è, dunque, una traduzione moderna di algoritmi biologici primordiali. L'errore comune è credere che la parte più recente del nostro cervello, la neocorteccia, possa gestire o sopprimere con facilità questi dinamismi profondi. In realtà, la velocità di elaborazione delle risposte emotive limbiche è infinitamente superiore a quella del pensiero razionale.

In questa prospettiva, la genealogia del Modello Emozionale ci insegna che l'uomo non è una "tabula rasa" culturale, ma un organismo che opera su una struttura pre-esistente, collaudata da milioni di anni di successi biologici. Comprendere questa eredità significa smettere di cercare spiegazioni morali per i propri stati di allarme, iniziando a osservarli come attivazioni di una macchina biologica straordinariamente antica e coerente.

Il bambino, fin dai primi istanti di vita, attiva un meccanismo automatico di acquisizione di dati. Questo processo non serve a "capire" il mondo in senso intellettuale, ma a costruire una mappa di sopravvivenza basata su associazioni dirette tra ciò che accade all'esterno e ciò che prova all'interno.

1. Il Meccanismo delle Associazioni Neutre

Contrariamente a quanto si crede, il bambino piccolo non possiede il concetto di "bene" o "male". Quando registra un'esperienza, non le attribuisce un valore morale. Per lui, un comportamento dell'adulto è semplicemente un dato esperienziale da apprendere, testare e riprodurre.

Se uno stimolo (un gesto, un tono di voce, un contatto) si ripete con frequenza, il cervello lo memorizza come "consueto". Il bambino non giudica se quell'azione sia giusta; registra solo il livello di allarme o di quiete che quella situazione produce nell'adulto che interagisce e in se stesso. Solo anni più tardi queste memorie verranno "drammatizzate", cioè caricate di un significato di sofferenza o di gioia. Inizialmente, il sistema è puramente reattivo e riproduttivo. Ciò non significa che non si vengano ad installare esasperazioni o inibizioni, ma in ogni caso tutto rimane nella condizione di assenza di discernimento.

2. La Formazione della Matrice Comportamentale

Queste registrazioni ripetute, complete delle variabili di situazioni reali, formano una matrice: una griglia di possibilità di un dato ambito.

I comportamenti che il bambino vive in modo consueto e diventano agibili (possibili da fare).

I comportamenti che sono da evitare poiché non danno risultati efficienti, oppure non si hanno le abilità per agirli.

Quelli che non ha mai incontrato restano non-concepibili (impossibili da pensare e mettere in pratica).

In questo modo, l'ambiente familiare definisce i confini della realtà del bambino. Ad esempio, se la relazione si basa su un frequente contatto fisico, il bambino imparerà a decodificare il mondo con maggiore propensione attraverso la fisicità. Se si basa sulla parola, si sintonizzerà sui segnali acustici cognitivi. Questo sistema di "prove e tentativi" stabilisce quali risposte emotive siano efficaci per ottenere attenzione o cure dai genitori; o parimenti quali comportamenti o fatti essi si aspettano e gradiscono, o rifiutano e reagiscono.

 

Lo sviluppo dei fattori comunicativi e del Modello Emozionale nei bambini

 

Lo sviluppo dei fattori comunicativi e del Modello Emozionale nei bambiniL'acquisizione del linguaggio e la strutturazione del modello emozionale non sono percorsi paralleli casuali, ma processi bio-meccanici interdipendenti che affondano le radici nella stessa architettura neurologica. Analizzando lo sviluppo comunicativo pre-linguistico, emerge come la "meccanica della mente" utilizzi gli stessi strumenti – feedback ambientali, neuroni specchio e sistema limbico – per codificare sia i fonemi che i comportamenti emotivi.

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1. La Fase Pre-Simbolica

Il "Driver" del BisognoFin dalla nascita, il neonato dispone di un repertorio limitato di comportamenti, come il sorriso endogeno o il pianto. In questa fase, il pianto non è ancora un linguaggio strutturato di significati, ma uno strumento "potentissimo" per richiamare l'attenzione e soddisfare bisogni primari.

-Parallelismo Linguistico: Il pianto rappresenta la "materia prima" sonora, un segnale di allarme acustico a frequenza d'urto che costringe l'ambiente circostante a formulare una risposta immediata. 

-Parallelismo Emotivo: È qui che si installa il primo seme del Modello Emotivo Primario. Lo stato d'animo connesso alle prime segnalazioni comunicative del neonato viene gradualmente, nel tempo, arricchito del feedback del comportamento genitoriale. In base alla loro reazione, il bimbo apprende varie consuetudini che vanno a “scriversi” nella codifica funzionale del segnale comunicativo. Ogni stato d'animo del bimbo verrà corredato e associato ai comportamenti genitoriali di risposta. È interessante osservare anche le anomalie di questo importante fattore. Se la risposta dell'adulto è costantemente orientata a "tacitare" il sintomo (il pianto) anziché interpretare il bisogno interiore, il bambino apprende che l'emissione di un segnale di sofferenza o di disagio è l'unica leva efficace per ottenere il controllo e la sintonizzazione dell'ambiente su di sé. Il "pianto sociale", che compare verso la terza settimana, è il primo segnale scatenato da cause non fisiologiche: il bambino non cerca nutrimento, ma "intrattenimento" e interazione, mappando i confini della propria efficacia relazionale.

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2. Dalla Lallazione al Modello Comportamentale

L'Esercizio del FeedbackTra i 4 e i 7 mesi, il bambino entra nello stadio del "gioco vocale" e della “lallazione”. Questo esercizio non serve solo a produrre suoni isolati, ma a scoprire sperimentalmente la relazione causale tra i movimenti muscolari del cavo fono-articolatorio e il segnale acustico emesso, cui viene strettamente connesso il feedback consueto delle persone intorno. Quando un feedback esula dalla consuetudine, rimarrà un fattore attrattivo che determina un piccolo ”bisogno” di approfondimento cognitivo ed emotivo.

-Parallelismo Linguistico: La lallazione funge da vera e propria palestra neurofisiologica e cinestetica: più i circuiti motori e i movimenti articolatori diventano automatici e fluidi, più le strutture sillabiche stabili saranno facili da richiamare e produrre nelle parole future.

-Parallelismo Emotivo: Allo stesso modo, le reazioni emotive del bambino (smorfie, protensioni, modulazioni dello sguardo) fungono da "lallazione comportamentale". Se il bambino sperimenta che un determinato atteggiamento (ad esempio, la chiusura difensiva, il broncio o la lamentela sistematica) produce un feedback rigidamente rassicurante o iper-protettivo da parte dei genitori (il cosiddetto "genitore spazzaneve"), quel preciso assetto comportamentale viene associato alla sopravvivenza relazionale e "automatizzato" proprio come una sillaba canonica ripetuta. La mente non "sceglie" coscientemente di stare male o di adottare una postura disfunzionale; semplicemente, reitera in automatico il modello cinetico ed emotivo che ha appreso e memorizzato come funzionale alla gestione e al mantenimento del legame con il caregiver.

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3. L'Attenzione Condivisa e la Creazione della Realtà

Verso i 9-12 mesi, compaiono i gesti deittici o performativi, come l'indicare (pointing), il mostrare o il dare. Questo passaggio cruciale segna la nascita dell'attenzione condivisa (joint attention), la configurazione triadica in cui l'adulto e il bambino coordinano i propri sguardi per focalizzarsi simultaneamente su un terzo elemento esterno alla diade.

*Meccanica del Pointing: Quando il bambino indica un oggetto nello spazio, la figura materna o di riferimento solitamente risponde includendo nel proprio enunciato la denominazione verbale dell'oggetto (in una percentuale compresa tra l'87% e il 100% dei casi). Questo automatismo relazionale crea un ponte neurologico stabile tra il gesto d'azione (coordinazione motoria) e il nome dell'oggetto (estrazione del concetto).

*Meccanica Emotiva: In questo preciso triangolo interattivo (Io --> Altro --> Oggetto), si definisce e si modella la qualità della futura indipendenza emotiva del soggetto. Se l'adulto di riferimento non si limita a "nominare" gli elementi del mondo reale, ma satura la comunicazione di iper-attenzione, ansia anticipatoria o iperprotezione ingiustificata ("Attento!", "Poverino!", "È pericoloso!"), il bambino non incamera soltanto la nozione cognitiva e il nome dell'oggetto, ma acquisisce e fa propria l'intera coloritura emotiva, la cornice di minaccia con cui guardarlo. L'attenzione condivisa si trasforma così nel principale veicolo per il passaggio dei "driver" comportamentali genitoriali: attraverso la risonanza dei neuroni specchio, il bambino impara a temere rigidamente ciò che il genitore teme, costruendo un'identità riflessa e dipendente dalle reazioni d'ansia dell'adulto.

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4. Il Limite della Parola e l'Automatismo del Modello

Gli studi longitudinali dimostrano una correlazione netta nello sviluppo: i bambini che a 14 mesi utilizzano una maggiore quantità e varietà di gesti deittici sviluppano, a 30 mesi, un vocabolario linguistico decisamente più ampio e una velocità di codifica superiore. La fluidità e la ricchezza comunicativa adulta dipendono in modo diretto dalla frequenza e dalla qualità di questi scambi precoci.Tuttavia, nell'architettura complessiva della mente umana, emerge un paradosso strutturale: mentre il linguaggio verbale evolve naturalmente verso la complessità astratta, la flessibilità e la differenziazione, il modello emozionale profondo tende spesso a regredire e a stabilizzarsi attorno ad automatismi rigidi e ripetitivi. Come evidenziato dalle indagini scientifiche sulla meccanica della mente, il sistema cognitivo ed emotivo non rifiuta il cambiamento per pigria resistenza psicologica, ma per una precisa impossibilità bio-meccanica: la mente non può inventarsi modelli operativi che non ha precedentemente appreso.

Se il "vocabolario emotivo" primario installato nei primi anni di vita è stato interamente strutturato sui pilastri della dipendenza protettiva, della sottomissione o della negatorietà, il soggetto adulto si troverà privo degli strumenti funzionali necessari. Di fronte ai conflitti, alle frustrazioni o alle complessità della vita sociale e professionale, l'individuo tenderà inevitabilmente a risolvere i problemi riproducendo in modo automatico gli stessi identici "gesti deittici" della prima infanzia: la richiesta di aiuto costante, la delega sistematica della responsabilità all'esterno e la segnalazione ritualizzata di inabilità. Questo avviene perché mancano i modelli comportamentali alternativi, scritti e consolidati nei circuiti neurali, indispensabili per attivare l'indipendenza, l'auto-efficacia e lo sviluppo concreto delle abilità interne di problem-solving.

3. La Complessità Moderna e la Distorsione

Il sistema umano di apprendimento è programmato per rispondere a stimoli semplici e coerenti. Nel mondo contemporaneo, però, il bambino/giovane ( e anche l'adulto) è immerso in una quantità enorme di stimoli, informazioni e reazioni spesso incoerenti tra loro. Questa complessità produce una certa deformazione della matrice emozionale definendo la piattaforma proiettiva con una certa “deviazione” dalla realtà.

I desideri del bambino (che ancora sono minimali) vengono condizionati e implementati dai modelli dei genitori influenzati dal marketing e dalle ideologie sociali della felicità e benessere legati al consumo di qualcosa. Poiché il piccolo non ha criteri per valutare le proprie abilità, può solo rispondere agli stimoli che riceve. Se i genitori sono apprensivi, il bambino registrerà l'arousal come un segnale costante associato a ogni cosa, integrando l'apprensione stessa nella propria matrice di base.

4. Il Principio di Coerenza e Stabilità

Da adulti, il Modello Emozionale agisce come un filtro. La mente cerca costantemente la Coerenza:

C'è Coerenza quando ciò che accade somiglia a un'esperienza già vissuta. In questo caso, l'emozione si stabilizza e la persona prova un senso di controllo e calma.

Non c'è Coerenza quando accade qualcosa di mai sperimentato prima. In assenza di riferimenti nella memoria, il sistema limbico attiva l'apprensione: un livello di attenzione altissimo per captare segnali di pericolo e apprendere/integrare la novità.

Questo spiega perché molte persone tendono a ripetere situazioni dolorose: lo fanno perché quelle situazioni sono "coerenti" con la loro matrice. Anche se producono sofferenza, non attivano l'allarme dell'ignoto.

5. L'Adattamento e il Cambiamento

Il Modello Emozionale è un sistema rigido nella sua struttura, ma straordinariamente adattivo, può plasmarsi per non cambiare. Questa particolarità si spiega con la enorme quantità di informazioni che elabora per costituirsi, una ventina anni di apprendimento (circa) che , ovviamente, non possono essere smentiti e sostituiti in breve tempo. Il Sistema Limbico che caratterizza la sua strutturazione, filtrando le informazioni sensoriali, è il “collo di bottiglia” di qualsiasi revisione, modifica o evoluzione che si voglia applicare alle Dinamiche Emotive di una persona. Se non viene modificata la interpretazione di fondo del sistema proiettivo, non verranno cambiate le esperienze e quindi gli automatismi del comportamento. L'evoluzione della persona non consiste nel cambiare o reinterpretare il passato, ma nel modificare la tipologia di interazioni nel presente. Cambiando l'interpretazione dell'ambiente, cambiano i segnali che riceviamo e costringiamo il Modello a produrre/elaborare nuove esperienze. L'identità della persona non è quindi un destino immutabile, ma il risultato di un sistema che può essere ri-orientato attraverso il conseguimento di esperienze specifiche (ERG =Esperienze Reali Guidate) e una maggiore indipendenza emotiva.

 

 

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