NON PSICOLOGICA

 

Sito di contenuti sul funzionamento

della mente umana

 

 Il Lutto

e la Decontestualizzazione della Perdita

 

Oltre la mitologia clinica: la de-costruzione della sofferenza tra Sistema Limbico, Morale Sociale ed Equazione della Dipendenza Identitaria

Per oltre un secolo, la cultura occidentale e le discipline psicodinamiche hanno monopolizzato il discorso sulla perdita, sul distacco e sul lutto. Ci hanno addestrati a concettualizzare la sofferenza come un dramma dell'anima, una "ferita emotiva" da medicare o un trauma da rielaborare attraverso la narrazione dei sentimenti.  Con una più aggiornata Prospettiva di Osservazione della Meccanica della Mente (P.O.M.M.) si restituisce l'evento del distacco alla sua realtà biologica e deterministica. L'organismo umano non è stato progettato dall'evoluzione per ricercare costrutti ideologici come la "felicità" o il "completamento affettivo", ma per garantire la prevedibilità del territorio relazionale e la manutenzione delle proprie coordinate identitarie.

In questa pagina analitica viene sintetizzata l'architettura meccanica che governa la perdita, offrendo una griglia di lettura spietatamente oggettiva per osservare i propri processi bio-elettrici ed evitare le trappole del vittimismo culturale. (...il materiale completo è pubblicato sul libro: Il Lutto: e ciò che sta intorno  -  ISBN-13: 9798194217823 edito su Amazon)

1. L'Equivoco Terminologico: Arousal Limbico vs Senti-Menti

Nella mentalità comune siamo abituati a considerare i sentimenti come l'origine di tutto, del benessere, della tristezzae alla fine di chi siamo e cosa facciamo. Se il nostro lavoro non ci piace,i sentimenti lo rivelano, se la nostra relazionalità ci appaga i nostri sentimenti lo diostrano. Tutti i nostri comportamenti e scelte sono accompagnati da aspetti sentimentali che ne sostengono o sviliscono il senso. In qualche maniera, possimpo affermare che spesso identifichiamo lo stato delle cose o addirittura la nostra identità in base ai sentimenti che proviamo. Ma come mai i sentimenti sono stati assunti come metro di valutazione o comprensione? Questa cosa si consolida enormemente a livello popolare col romanticismo, e nella modernità viene cavalcata dai media e dal marketing. Ocggi, con analisi e comprensionemigliorata delle cose capiamo che è un sovra-stima di un fenomeno che ha altre origini e soprattutto funzioni. Per quanto riguarda il temadi quest pagina, il limite insormontabile delle teorie cliniche tradizionali risiede nell'osservazione sentimentale dei fatti a posteriori: analizzano il racconto verbale del soggetto e scambiano la storia del dolore per la causa primaria del fenomeno. Nel Modello Emozionale della mente, la catena causale si articola su due livelli nettamente distinti e organici:

 

L'Arousal del Sistema Limbico (BIOS Somatico): È la risposta primaria bio-elettrica, una variazione di tensione somatica e un'attivazione neurovegetativa (adrenergica o colinergica) priva di parole e cognitività. Ha una funzione eminentemente predittiva: anticipa gli eventi e segnala in tempo reale qualsiasi variazione di prevedibilità nel territorio e nelle relazioni. L'arousal lavora perlopiù in sordina (non lo percepiamo) ed emerge solamente quando gli eventi o la loro previsione impattano con una qualche forma di lacuna esperienziale. In questo senso, un evento complesso come la scomparsa di una persona cara o molto vicina, rappresenta un sistema al quale difficilmente si è preparati (mancanza di esperienza elaorata).

Il Sentimento (Senti-Mente): Non è un'emozione prolungata, ma la costruzione concettuale cognitiva, culturale e biografica con cui la neo-corteccia cerca di dare una forma intellegibile e una spiegazione causale alla solecitazione primaria (spesso come una scossa elettrica viscerale) ricevuta dal Sistema Limbico interno, dentro nel cervello.

 

Confondere l'arousal primario con il sentimento significa scambiare la scossa elettrica (origine) con la lampadina che si accende (conseguenza), continuando a curare il testo della narrazione anziché agire sull'interruttore operativo.

2. Bisogno Reale vs Bisogno Proiettivo: La Decontestualizzazione della Perdita

Quando una figura cara o significativa esce dal territorio relazionale dell'individuo perché muore o se ne va, si innesca il cortocircuito tra il dato biologico e la conseguente deformazione cognitiva. Questo disguido nasce emnentemente poiché non è ancora diffusa la conoscenza del "come" funziona la mente nel suo dinamismo. Nella realtàsi vengono a generare due forme di bisogni distinti, uno legato intrinsecamente alla biologia del sistema "mente", l'altro invece interconnesso con la collettività nella sua rappresentazione e influenza cognitiva.

 

Il Bisogno Reale nasce dalla necessità do omeostasi dell'organismo. È specifico, neutrale e legato a una reattività diretta verso gli eventi. Lo sbilanciamento avviene per il cambiamento e sopratttto in relazione al legame con quel soggetto che cambia. Una volta che venisse reintrodotta la risorsa oggettiva mancante, lo scarto si annullerebbe e l'arousal limbico tornerebbe alla quiete (omeostasi).

 

Il Bisogno Proiettivo nasce quando la mente intercetta l'allarme limbico scatenato dal disorientamento identitario del cambiamento avvenuto e, priva di un'esperienza reale elaborata che la orienti, a seguito della stimolazione adrenergica all'organismo, la mente cognitiva tenta di spiegare il dissesto. Il bisogno diviene proiettivo, cioè come un film, proiettato all'esterno, ma rimane vago, insaziabile ("amore eterno", "presenza insostituibile", ecc.), si genera una delega dell'azione di aggiustamento del malessere all'esterno ed è carico di giudizio morale.

 

Il lutto (anche cronicizzato) è l'esito di una imponente decontestualizzazione cognitiva della perdita. Il superstite non piange la realtà oggettiva del defunto, ma lamenta il crollo della propria struttura  interiore di previsione/supporto nelle consuetudini e l'impossibilità di continuare a proiettare sull'altro la funzione di conferma della propria identità.

3. La Mappa Relazionale come Supporting Framework

L'hardware umano non elabora la propria identità nel vuoto. La mente si struttura attraverso supporting frameworks (punti di appoggio portanti) a cui delega l'assetto della propria stabilità identitaria. In altre parole, l'esperienza di un individuo non puòquasi mai essere completa e assoluta, pertanto si lega e struttura nel rapporto con altre persone, generando un legame che sostiene, nel bene e nel male, l'identità di sé (immagine di sé). La persona al nostro fianco agisce come la linea dell'orizzonte per un navigatore: fornisce costantemente orientamenti e le istruzioni operative su chi siamo e come dobbiamo agire. Quando quel punto d'ancoraggio noto e sicuro viene meno:

 

1. Si azzerano le routine quotidiane e la prevedibilità relazionale (conferme, disconferme, negazioni, correzioni).

 

2. Il Sistema Limbico registra una scompensazione d'assetto e genera un immediato e continuo picco adrenergico di allarme (arousal predittivo della mancanza di orientamento).

 

3. La neo-corteccia, incapace di stare nell'incertezza, attinge ai precetti culturali e fabbrica la narrazione della "mancanza incolmabile" per giustificare lo stato di alterazione somatica. L'intento generale sarebbe quello di trovere forme sostitutive, o compensative, delle dinamiche relazionali che sono venute a mancare.

4. L'Equazione della Dipendenza Identitaria

Una delle leggi fondamentali individuate dalla Prospettiva POMM riguarda la proporzionalità diretta tra "appoggio" ed "entità del crollo":

"L'intensita della sofferenza indica la parte di identità delegata all’esterno".

La magnitudo del dolore non misura la "nobiltà del sentimento" o la grandezza dell'amore provato, ma esprime l'esatta misura della dipendenza identitaria. In questo senso, dobbiamo ricordare che il concetto di dipendenza nonè di tipo patologivco, ma relazionalmente funzionale all'omeostasi individuale. Potremmo definirla diversamente ma l'interdipendenza è il concetto piu dinamicamente appropriato, ma siccome stiamo analizzando una sola delle due identità è più corretto guardare la singola dipendenza.

 

Se la mappa possiede validazione autonoma ed esperienze reali elaborate, la perdita produce disorientamento temporaneo, meno intenso, ma non mette a repentaglio la struttura intera della persona.

 

Se l'individuo usava l'altro come struttura  significativa per confermare il proprio valore, senso, scopo, la rimozione di quel supporto provocherà la paralisi/disorientamento dell'architettura mentale.

 

La narrazione clinica e romantica tende a santificare questo crollo definendolo "devoti sentimenti" oppure "conflitti del trauma". Attraverso la prospettiva POMM, il fenomeno rivela la sua natura oggettiva: la cronicizzazione del dolore non esprime la grandezza del sentimento, ma documenta lo sbilanciamento di un assetto che non ha ancora sviluppato coordinate autonome di funzionamento.

5. Il Potere della Morale Sociale e la Dinamica di Posizione

Nel contesto culturale latino-cattolico, la sofferenza viene storicamente investita di un valore redentivo attraverso modelli pedagogici e archetipi profondamente radicati (la Via Crucis, il martirio e la Mater Dolorosa) con il quadro dell'ideologia del sacrificio e della sofferenza. Quando si verifica una perdita, la Morale Sociale, attraverso un meticoloso addestramento secolare, impone un protocollo prescrittivo su come e quanto sia obbligatorio soffrire. In questo meccanismo, inoculato durante tutta la vita di forte condizionamento, si innestano tre automatismi:

 

1. La ricerca di approvazione (Locus of Control esterno), dal disorientamento interiore alla «facciata del dolore»


Quando affrontiamo una perdita importante, la nostra esperienza non si limita mai al solo dolore intimo per l'assenza di chi non c'è più. Nella quotidianità di ciascuno di noi si innescano due livelli ben distinti che tendono a sovrapporsi, finendo per alimentare la sofferenza stessa; una doppia dinamica del soffrire::

Il disorientamento reale dell'organismo: È la reazione viscerale e somatica originaria — quel senso di vuoto allo stomaco, la contrazione al petto, il respiro corto — con cui il nostro sistema biologico registra la rottura di una routine, la fine di un'abitudine condivisa e la perdita improvvisa di un punto di riferimento fondamentale.

La messa in scena della «facciata del dolore»: È l'adeguamento automatico, spesso del tutto inconsapevole, con cui rispondiamo a ciò che gli altri e la società si aspettano da noi.

Tutti conosciamo da vicino questa consuetudine tradizionale. Fin da piccoli abbiamo visto come ci si "deve" comportare quando accade un lutto: le visite di condoglianze, la voce abbassata a un sussurro, lo sguardo fisso e affranto, il dovere di ripetere decine di volte la stessa storia tragica a parenti e conoscenti, la sospensione delle proprie attività quotidiane e persino la riluttanza a concedersi un momento di sollievo o un sorriso per il timore di apparire inopportuni.

La nostra cultura ha codificato un vero e proprio galateo del patimento. Se una persona, di fronte a un distacco, tentasse di riorganizzare subito la propria vita, di rimanere operativa o di non mostrare segni esteriori di devastazione, l'entourage familiare e sociale reagirebbe istintivamente con freddezza, sospetto o velata riprovazione. Si diffonderebbero sottovoce giudizi spietati: "Guarda come se ne frega", "Non lo amava davvero", "È una persona cinica e senza cuore".

Poiché ciascuno di noi è cresciuto con il bisogno primario di essere approvato e accolto dal proprio gruppo, la sola idea di essere giudicati "cattivi", "insensibili" o "spietati" genera un allarme interiore quasi più intollerabile della perdita stessa.

È così che l'individuo, per proteggere la propria immagine e la propria adeguatezza agli occhi altrui, si trova obbligato ad allestire la «facciata del dolore»:

L'esibizione della devozione: Mantenere un'espressione affranta, continuare a piangere in pubblico e mostrare la propria paralisi diventa l'unico modo socialmente riconosciuto per gridare al mondo: "Guardate quanto sto male, questo dimostra quanto ho amato e quanto valgo moralmente".

La richiesta implicita di discolpa: Mostrarsi completamente distratti e incapaci di reagire funziona come un cartello di "non disturbare". Serve a comunicare alla comunità che non ci si può chiedere nulla, esentandoci momentaneamente dai doveri operativi della vita quotidiana e proteggendoci da ogni critica.

Si crea così un doloroso cortocircuito: oltre al naturale sbilanciamento dovuto all'assenza della persona cara, l'individuo si trova costretto a mantenere e prolungare artificialmente lo stato di sofferenza per soddisfare le aspettative del contesto sociale, trasformando un segnale biologico interno in una prestazione identitaria dovuta agli altri.

2. Il Senso di Colpa come lacuna d'efficacia: La paralisi operativa e l'incapacità di gestire l'incertezza vengono tradotte dalla neo-corteccia nell'idea di "non essere all'altezza" o di "non essere capace"di aver mancato nei confronti del defunto e cose del genere. Il senso di colpa che nasce è la proiezione difensiva con cui la mente cerca l'origine del disagio per l'arousal elevato e ovviamente identifica se stesso come colpevole. Questo avviene e si rinforza nel tempo in funzione del fatto che l'unica condizione cambiata è la venuta meno della figura di supporto. La mente associa linearmente: figura assente, mia incapacità di sopperire, mia la colpa. Non avendo altre informazioni sulle dinamiche mentali e sugli effetti correlati non può fare altro.

 

3. La Rendita di Posizione del Vittimismo: Per molte persone i legami relazionali hanno fortissime dinamiche della colpa e intere genrazioni vivono immersi in questi automatismi. Come effetto generale sul singolo individuo troviamo che ogni cosa e ogni variazione viene automaticamente ricondotta/associata a chi la produce e se è positiva la variazione. Cambiamenti così significativi e profondi come un lutto o una separazione non possono quindi esulare da questa consuetudine. Tuttavia, proprio per lka complessità del meccanismo, la spiccata reattività di chi vive nella colpevolizzazione, è assai frequente trovare dentro lo stato della persona più conflitti che legami affettuosi verso il soggetto venuto a mancare. Ovviamente per ragioni che nemmeno indicherò, la persona non può esprimere direttamente la propria frustrazione (legittima o meno) poiché riceverebbe dall'entourage una condanna diretta per insensibilità o cattiveria. Nasce i questo senso la dinamica dell'esibizione del lutto come strategia inconsapevole, guidata da profondi inibitori, per poter far fronte alla potente difficoltà interiore. Esibire il ruolo di "vittima del destino" spesso garantisce l'assoluzione dai doveri operativi del presente, monopolizza l'attenzione dell'entourage relazionale e blocca qualsiasi evoluzione del gruppo sociale.

6. Il Cambio di Postura: L'Osservatore Proattivo delle Dinamiche Emotive

Questo testo e la ricerca POMM non offrono consolazioni, né intendono proporre ricette o scorciatoie terapeutiche. Descrivere la struttura di un ingranaggio serve a fornire la griglia d'osservazione necessaria per smettere di subirlo. Uscire dal "dolorismo" richiede di passare dal ruolo di interpreti affranti a quello di Osservatori Proattivi della propria macchina biologica:

 

Decodificare i segnali fisiologici del BIOS: Riconoscere micro-apnee, contrazioni viscerali e sbalzi cardiaci prima che la neo-corteccia li traduca in dramma verbale.

 

Disattivare la meta-comunicazione del lutto: Smascherare la rigidità posturale e la ricerca di discolpa nel sostegno dell'entourage.

 

Interrompere il circolo di feedback bio-cognitivo: Cessare di alimentare la storia del passato per giustificare la chimica dell'allarme nel presente.

 

Il lutto cronicizzato è il tentativo disperato della rappresentazione cognitiva di mantenere in vita una mappa interiore superata e impossibile da sostenere a scapito della realtà oggettiva del nuovo contesto cambiato. Riconoscere l'automatismo limbico senza identificarsi con la narrazione della mente è l'unico atto reale di evoluzione e di superamento operativo.

 

 

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