NON PSICOLOGICA

 

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della mente umana

 

 

                                             

                Gratificazione Vs.  Soddisfazione

 

Spesso usiamo questi due termini come sinonimi, ma per il nostro cervello sono esperienze profondamente diverse, quasi opposte anche a livello neurochimico. Possiamo immaginare la gratificazione come un primo premio  e la soddisfazione come una pianta che cresce lenta e costante. Partiamo dalla fisicità neurochimica per capire come si differenziano di senso. La gratificazione come stato cognitivo e sentimento, insorge perché prodotta dalla Dopamina”, un neurotrasmettitore. La gratificazione rappresenta una complessa reazione che viene pre-attivata nel Sistema Limbico come conseguenza della riproduzione di alcuni schemi, nella quale le dinamiche dell'apprensione sono alte e connesse alle aspettative di risultato. Essi (gli schemi emotivi primari) proiettano un sistema di aspettative dove un comportamento viene prodotto e individuato come performance, alla quale viene associata una aspettativa di ricompensa.  L'arrivo del premio conferma e consolida la dinamica emotiva motrice e genera il senso e il gusto della ripetizione della performance. Questo dinamismo riguarda molti ambiti del comportamento, anche quelli con effetti non propriamente costruttivi, come varie forme di dipendenza e distorsione del comportamento (alimentazione, gioco, perversioni varie).

 

In una diversa collocazione la soddisfazione si collega alla generazione di un altro neurotrasmettitore, la “Serotonina” che similmente alla Dopamina genera una simile grado di gratificazione ma a differenza non si fonda sulla eccitazione ma su un appagamento rilassato. Soprattutto si attiva in condizioni molto diverse.

Spesso è accompagnata da ossitocina ed endorfine e l'effetto d'insieme è il "benessere" e della calma. La sua attivazione si nota nel tono dell'umore positivo e duraturo per un tempo prolungato e come possiamo intuire r

 

La cultura e la scelta dei comportamenti:

premiare o stimolare?

 

Ogni persona nasce, cresce e apprende la cultura di appartenenza, e in essa vi sono tutti i fattori della comunicazione e del comportamento. Un risvolto interessante per il tema della gratificazione e della soddisfazione riguarda come la cultura e il moderno marketing modellano le rappresentazioni mentali dei bisogni e di come soddisfarli. Uno sguardo particolare va direzionato a come avvengono le espressioni sentimentali di amore, accudimento, felicità e il loro corollario. Questo primo ambito (quello del marketing lo affronteremo più avanti) è facile osservare come la cultura sociale proponga il sentimentalismo come stereotipo di base per definire come si comporta un bravo genitore, quanto deve essere presente nell'accudimento del bambino e quanto dedito alla famiglia debba essere. Parliamo di stereotipi profusi, perché se da un lato è ovvio che chi ama si dedica a ciò che ama, dall'altro i modi e le specificità della singola personalità si discostano sempre dagli stereotipi sociali, ma non per questo sono meno amorevoli o giudicabili. Spesso nei modi di amare e accudire cambiano molto anche le frequenze e le intensità dei gesti e atteggiamenti espressivi dei sentimenti, tuttavia è importante ricordare che i bambini apprendono e si adeguano agli standard familiari e non a quelli sociali. Questo significa che la mente apprende le cose in un modo diverso da come gli stereotipi sociali propongono come modi “normali”. Ma nella nostra cultura latina, dove la dominante è il senso di colpa e la passività, l'espressione dell'affetto, in quanto eminentemente attività proiettiva, viene espressa con importanti anomalie nella rappresentazione sentimentale di debolezza e forza, di fragilità e protezione (collocazione morale del valore).

 

Perché questa differenza è cruciale (specialmente per i figli)

 

In questa direzione capiamo meglio il problema del genitore "iperprotettivo" è che elargisce al figlio gratificazioni (regali, permessi, protezione dai problemi) ma gli impedisce parallelamente di provare soddisfazione. Se risolvi tu il problema a tuo figlio, lui riceve la gratificazione di non soffrire (sollievo immediato). Se lo lasci faticare e lui ci riesce da solo, prova soddisfazione (costruzione dell'identità). La gratificazione è una rappresentazione/sentimento che il cervello attiva per il premio ricevuto (validazione dall'esterno); la soddisfazione è invece una costruzione delle abilità personali, un investimento che frutta interessi per tutta la vita. Un altro interessante effetto di esperienze formative che abbiano in qualche modo sviluppato l'identità individuale è che la persona impara ad individuare i limiti delle cose.  L'identità costruita in modo efficiente sa rispondere alla domanda: "Dove finisco io e dove inizia il resto del mondo?".  In una famiglia iperprotettiva, i confini sono sfumati. Se il genitore anticipa ogni bisogno e risolve ogni problema, il figlio non sperimenta mai il "Limite" delle cose e dei comportamenti, sviluppando difficoltà a vari livelli, tra i quali mettiamo l'accento su quello di essere capace di governare i rapporti interpersonali.

 

Il Passaggio dalla "Identità Ideale" alla "Identità Reale"

 

Tutti iniziamo da giovani con una "Identità Ideale" (chi vorremmo essere, chi vorremmo diventare e/o chi ci dicono che siamo). La maturazione interiore consiste nel confrontare questo ideale e allinearlo/sintonizzarlo con la realtà esterna. Ma come è facile intuire, quando a un individuo vengono distorte le capacità di leggere la realtà per effetto della distorsione della identità, questo processo di allineamento/sintonizzazione non può più avvenire in modo sereno e funzionale. Potremmo riassumere alcune condizioni particolari di passaggio nello sviluppo dell'identità:

Generazione di fratture: Il figlio iperprotetto è convinto di essere speciale e onnipotente (perché gratificato costantemente). Quando l'identità entra in contatto con il mondo esterno (che non lo tratta da speciale), si crea una frattura dolorosa.

Una reattività distorta: Invece di adattarsi, il giovane può ritirarsi (per proteggere l'immagine ideale di sé) o sviluppare un'ansia paralizzante.

Virtualizzazione della identità: Il figlio accetta acriticamente i valori e le scelte dei genitori per non deluderli, senza poter esplorare chi è veramente e sviluppare le proprie abilità.

Sfocatura dell'identità: Difficoltà a focalizzare obiettivi e strategie. Il figlio vaga senza scopi, incapace di scegliere perché ogni scelta comporta un rischio e una fatica che non ha mai imparato a gestire.

 

L'identità sviluppata in modo allineato con la realtà è legata alla percezione di essere un persona attiva e capace di produrre cambiamenti secondo le proprie volontà e necessità. Una riflessione specifica va posta intorno al concetto di volontà. Nella nostra cultura l'idea di volontà, qual ora espressa come specificamente in una cornice individualistica, viene posta moralmente nell'ideologia dell'egoismo. Questa collocazione la pone in una sfera di condanna implicita di tipo moralistico, in quanto rappresentata come antitetica con il bene e il valore sociale. Purtroppo questo tipo di assunto, profondamente radicano nella nostra mente, diviene un potente inibitore dello sviluppo delle esperienze e della identità. Naturalmente questo inibitore interviene pesantemente nell'impedire quella sintonizzazione tra la capacità di comprendere e interagire verso le persone, nel lavoro, nel divertimento ma soprattutto nelle dinamiche sentimentali e amorose. Una persona con difficoltà intorno alla percezione della propria identità, sviluppa timidezza e blocchi che gli impediscono di sentirsi sereno nell'amare e sentirsi amati.  Ma allora, come si sviluppa un'identità sana? L'identità si sviluppa quando la persona riceve meno gratificazioni e più stimoli/esperienze gestibili nelle quali sviluppare la capacità, la coscienza e l'abilità. Tuttavia dobbiamo considerare che una vita di sfide, rappresenta una vita impostata sulla performance che è in antitesi allo sviluppo di esperienze, metaforicamente come una catena di montaggio, dove l'individuo continua a sollecitarsi ma non elabora i contenuti dell'esperienza.

 

Per capire meglio questo assetto involontario, andiamo a considerare come ogni persona inconsapevolmente attribuisce una specie di “causa” alla propria situazione. Il modo nel quale la persona identifica la sorgente delle situazioni si definisce Locus of Control (LoC). Questo concetto venne introdotto dallo psicologo Julian Rotter nel 1966, rappresenta una "bussola della responsabilità" che ognuno di noi in qualche modo ha appreso e porta dentro di sé. Non è un tratto immutabile della personalità, ma una percezione soggettiva di come il mondo interagisce con i nostri desideri e sforzi. Le persone individuano un Locus of Control esterno o interno, a seconda dell'addestramento familiare.

 

Chi ha sviluppato un Locus of Control Interno vede il mondo e gli eventi in modo correlato al proprio comportamento e stato interiore. Quello che avviene intorno a sé è metaforicamente come una condizione che dipende e da frutti in relazione al proprio modo di agire. Queste persone esprimono che il successo sia il risultato del proprio impegno, delle abilità e delle decisioni. Mentalmente, questo si traduce in una maggiore autoefficacia e in una spinta proattiva: "Se voglio che qualcosa cambi, devo agire io".

 

Al contrario, chi ha un Locus of Control Esterno si sente mediamente estraneo alla genesi degli eventi e ciò che accade ha cause nelle quali non è coinvolto. Metaforicamente come un passeggero su un treno di cui non egli guida il locomotore. Gli eventi sono attribuiti alla fortuna, al destino, al potere degli altri o a circostanze imprevedibili. Il modello familiare che genera questa impostazione è di tipo passivo e ricco di pregiudizi di tipo vittimistico (che sono i più diffusi)  è limpotenza come espressione appresa: se credo che nulla di ciò che faccio possa cambiare l'esito delle cose, smetterò di provare, scivolando verso la passività il vittimismo e, nei casi più gravi, la depressione.

 

Potremmo essere indotti a pensare che il primo, quello interno sia migliore o più realistico di quello esterno, ma se riflettiamo bene, comprenderemo che la realtà li contiene entrambi. La consapevolezza dell'individuo, non si genera concettualmente, ma nell'esperienza reale elaborata. Vediamo di cosa si tratta.

 

L'equilibrio interiore è determinato alla capacità generata dall'esperienza reale, elaborata e stabile del nostro Sistema Limbico che disattiva l'apprensione. Questo complesso sistema di organi cerebrali lavora anticipando la realtà con un certo tempo variabile, determinando che ogni piccolo evento viene in qualche modo intuito prima che avvenga. Su questa base la reattività interiore ci tiene capaci di fare le attività quotidiane in maniera funzionale. Proviamo a pensare cosa succederebbe se per esempio guidassimo l'automobile accorgendoci di una curva nel mentre che ci siamo entrati: la reazione muscolare necessaria per sterzare sarebbe tardiva, di quei pochi millisecondi sufficienti a farci uscire di strada. Quando una condizione di esperienze non riesce a divenire elaborata, abbiamo lo sviluppo del bisogno di ripetere l'esperienza associato ad alte apprensioni e ansie. Quasi sempre però le interferenze culturali e relazionali impediscono il completamento delle esperienze.

Capiamo quindi che per stimolare una persona a consapevolizzarsi intorno alle proprie scelte è conveniente adottare una strategia mista che induca ad affrontare entrambe le condizioni. Vediamo delle applicazioni su un bambino/a.

Per sviluppare il locus interno, il bambino ha da sviluppare la capacità della decisione connessa alla propria scelta. Se decidesse sempre tutto il genitore (cosa mangia, come si veste, che sport fa), lui non potrebbe imparare che la sua volontà produce i vari effetti sulle cose e sugli altri. Per ottenere questo conviene non dare la libertà assoluta (che genera ansia), ma offrire due o tre opzioni valide fattibili e concrete. Per fare un esempio semplice: "Vuoi fare i compiti prima di merenda o subito dopo?" oppure "Preferisci mettere la maglia blu o quella verde?". In modo di fargli focalizzare la scelta ma non la percezione dell'obbligo. Le domande (a meno che non siano pressanti) sono un ottimo modo di influenzare il suo pensiero senza trasferire forme di apprensione. In questo modo qualunque sia la scelta, è sua. Se sceglie di fare i compiti dopo e poi è stanco, la stanchezza è l'effetto di una sua decisione, non di un'imposizione del genitore.

Un aspetto rilevante per l'efficacia degli stimoli erogati e che bisogna lasciare che le conseguenze naturali delle scelte facciano il loro lavoro ne tempo. Ossia è importante non aspettarsi che la consapevolezza si palesi immediatamente, perché spesso possono volerci giorni o anche mesi prima che la persona realizzi il senso dello stimolo ricevuto. Per i bambini questi tempi sono spesso rapidi, mentre per gli adulti possono essere più lunghi. Realizzare cognitivamente l'esperienza di un comportamento significa associare la conseguenza alla propria scelta, imparando a definire le cause esterne o interferenze e le cause determinate dalla propria scelta/azione.

 

Facciamo qualche esempio: Se mia figlia si dimentica la merenda a casa, si aprono due scenari: uno nel quale, da bravo genitore protettivo corro a portargliela a scuola e risolvo la cosa. Due che lei rimane senza e sarà un pochino affamata e realizzerà il senso di ricordarsi della sua merenda. Inutile dire che con l'atteggiamento protettivo non porterò mai mia figlia a sentirsi responsabile delle proprie azioni e attenzioni e le esperienze generate saranno inefficienti e sconnesse.

Mio figlio non studia per la verifica orale di storia. Il genitore protettivo gli scrive la giustificazione per fargli saltare l'esame, ma in questo modo il ragazzo impara che la proprio mancato impegno non ha alcuna conseguenza. Se invece lasciamo che le conseguenze avvengano, egli prenderà un brutto voto, ma imparerà a svegliarsi/organizzarsi e studiare il necessario. Infondo un brutto voto non ha mai ucciso nessuno, se non l'orgoglio del genitore apprensivo.

 

Un adulto rompe un oggetto. Un partner protettivo lo riacquista rapidamente (similmente al genitore apprensivo) generando il senso che la propria sbadataggine non ha conseguenze e svalorizzando il proprio ruolo come uno schiavo. Il partner consapevole, lascia che chi ha rotto l'oggetto ne crei la sostituzione da solo, ripristinando il senso e la funzione dell'oggetto e prendendo coscienza dell'azione.

 

Nella nostra cultura veniamo cresciuti col problema della identità, e veniamo potentemente addestrati a dare giudizi e valutazioni continue. Ogni cosa ed ogni azione viene sempre iper-valutata più volte e con più persone. Questa spontanea condizione sfugge quasi sempre alla persona e viene naturale commentare i figli e i partner con valutazioni, anche positive, ma che purtroppo non forniscono di essere alcuno stimolo concreto che dia risultati efficienti. Nel quadro di voler ottenere qualche cambiamento di comportamento oppure du risolvere qualche problema, è preferibile spostare il focus dalla valutazione all'azione. Potremmo riassumere cambiando il linguaggio dal  "Sei" al "Fai". Nel modo col quale commentiamo un azione viene ad esprimersi uno stimolo che potemmo catalogare come conclusivo o orientativo. Quando diamo un giudizio, come “bravo”, “bene” o “ottimo” diamo la sensazione di azione finita, performance conclusa e rappresenta un Locus of Control Esterno, in quanto giudizio ricevuto e concluso.. Diversamente se il nostro approccio si esprime con unna frase del tipo "Ho visto che hai insistito molto su quel problema di matematica finché non l'hai risolto". In questo modo, guidi la persona ad associare il successo alla relativa azione o atteggiamento (la determinazione), che rappresenta un Locus of Control Interno. Da un unto di vista superficiale sembrerebbe un diverso modo di valutare, ma in realtà, valorizzando la sequenza della scelta e azione, si mette al centro l'efficienza e non la valutazione.

 

Qual ora volessimo aiutare a  risolvere un problema di qualcuno, l'approccio più funzionante per guidare la generazione di un Locus of Contro Interno è quella di stimolare la fattibilità della sua proattività. Prendiamo un esempio classico di un partner con un problema lavorativo: “non riesco a fare quella cosa” oppure quel collega mi crea problemi e mi tratta male”. Come partner protettivi andremmo a suggerire cose tipo: Mandali a quel paese” oppure “fregatene”, ma come è facile intuire non avremmo alcuna efficacia, anzi daremmo al nostro partner una sensazione di abbandono e di sentirsi solo/a. Un approccio proattivo efficiente e stimolante sarebbe quello più empatico di farlo esprimere chiedendo dettagli, favorendo ipotesi, obiettivi e strategie applicabili; domande tipo cosa ti da più fastidio del suo modo di fare?” oppure “quale parte di questo problema potresti affrontare per prima?”  e ancor “ come potesti fare a discuterne con qualcuno?” . In questo modo si generano una ottima complessità di riflessioni, generata dalla persona stessa (che ha le informazioni complete) e il focus della situazione viene orientato sulla capacità del partner non sulla sua condizione di vittima da soccorrere.

 

L'effetto sulla concretezza e stabilità dell'identità

 

Come abbiamo letto finora, le sequenze di azioni di chi eroga gli stimoli si differenziano nel produrre un macro sistema:

Valutazione: contesto dove la persone si sente gratificata o mortificata, alto valore istantaneo a zero effetto sull'esperienza sviluppando un'identità distorta.

Proattività: contesto di raggiungimento di obiettivi, valore duraturo, senso di capacità e soddisfazione, identità stabile che cresce.

 

 

 

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