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                                              La conflittualità

 

Quando parliamo di conflittualità, tendiamo a pensare subito a uno scontro tra due persone per un motivo specifico. Tuttavia, secondo la Prospettiva di Osservazione della Meccanica della Mente (POMM), il conflitto è prima di tutto un fenomeno energetico che può restare chiuso dentro di noi (conflitto interiore) o esplodere verso l'esterno (conflitto estroflesso).

È necessario premettere che le dinamiche dell'aggressività evolvono in forme di conflitto esplicito prevalentemente quando la struttura psichica è dominata dalla condizione proiettiva e rappresentativa di matrice vittimistica.

Per capire perché litighiamo, dobbiamo guardare cosa succede "sotto il cofano" della nostra mente. Tutto parte da una spinta biologica molto antica. Quando la nostra tensione emotiva (arousal) supera una certa soglia, il nostro cervello limbico — la parte più istintiva — dà un ordine immediato al corpo: prepararsi all'attacco o alla fuga. È una reazione di sopravvivenza pura.

In questa sede, l'analisi si focalizza sulla cinetica comportamentale e comunicativa del fenomeno, prescindendo temporaneamente dal motore sottostante, ovvero l'architettura proiettiva e culturale che ne costituisce la genesi.

 

 

Sotto il profilo biologico, quando l'arousal supera una determinata soglia critica, il Sistema Limbico predispone l'organismo alla reazione dicotomica di attacco o fuga.

La grande differenza tra noi e il resto del mondo animale

Un animale, davanti a un pericolo o a un rivale, attacca o scappa senza troppi pensieri. Nell'essere umano, invece, questa spinta primordiale non si può agire, ci si scontra con di forze opposte che creano un vero e proprio ingorgo mentale, che la Prospettiva di Osservazione della Meccanica della Mente (POMM) identifica in quattro vettori principali:

Nello specifico, la nostra mente deve gestire contemporaneamente quattro spinte diverse:

1. La spinta emotiva istintiva (voglio scappare o colpire), o l'attivazione delle emozioni primarie.

2. La Reattività Emozionale (come ci hanno insegnato a reagire in famiglia), o spinte proiettive derivanti dal Modello Emozionale familiare

3. Le pressioni sociali o socio-culturali (cosa è considerato "giusto" o "normale" fare).

4. I nostri obiettivi e intenzioni personali (cosa vogliamo davvero ottenere in quella situazione).

Il disallineamento sistemico tra queste componenti — la discrepanza tra il comando limbico e il vincolo culturale — produce un incremento esponenziale della percezione di impotenza. È precisamente questa condizione di stallo funzionale a tradursi in conflittualità, indipendentemente dall'oggetto manifesto che ha originato la disputa. Magari l'istinto ci dice di urlare, ma l'educazione familiare o le regole sociali ci impongono di restare calmi e composti. In questo disallineamento, l'individuo finisce per sentirsi prigioniero e impotente: non può assecondare la biologia e non riesce a soddisfare la razionalità. È proprio questa sensazione di impotenza che alimenta la conflittualità.

In sintesi, la conflittualità non è l'esito di una scelta deliberata, ma la risultante meccanica di una frizione tra apparati eterogenei: un sistema biologico programmato per la sopravvivenza reattiva ed  immediata e un sistema cognitivo-sociale che impone una iper-mediazione astratta. Quando la mediazione non riesce a integrare la spinta emotiva, la tensione accumulata si scarica attraverso il dinamismo del conflitto, confermando la natura reattiva e non risolutiva della maschera vittimistica.

 

Per comprendere la natura della conflittualità, la POMM (Prospettiva di Osservazione della Meccanica della Mente) opera una distinzione netta tra l'aggressione diretta e l'aggressione conflittuale. Sebbene all'esterno possano apparire simili, la loro genesi meccanica è profondamente diversa, poiché risponde a differenti equilibri tra il sistema pulsionale e le strutture di controllo.

L’Aggressione come Risposta Funzionale

Nella meccanica della mente, l’aggressione pura può essere considerata un esito diretto e lineare dello stato emotivo. In questo caso, l’individuo agisce in una sorta di equilibrio funzionale: attiva uno stimolo, lo proietta come una minaccia immediata e risponde con un’azione cinetica volta a neutralizzarlo. In questa dinamica non c’è "attrito" interno. L'azione è la risposta speculare alla proiezione; è una meccanica limbica che fluisce senza incontrare ostacoli, finalizzata al ripristino istantaneo dell'omeostasi.

L’Aggressione Conflittuale: Il Cortocircuito con il Super-ego

La conflittualità, al contrario, non nasce dalla realtà esterna, ma da una frizione tra istanze interiori contrapposte. Qui, la spinta emotiva (arousal) non può trasformarsi in azione fluida perché incontra la barriera del Super-ego. Le regole, le normative e i codici morali assorbiti durante l'imprinting familiare agiscono come un inibitore incoerente. Si crea così uno stato di contrapposizione interna dove:

Una parte delle proiezioni spinge verso la reazione (attacco).

Un’altra parte attiva blocchi inibitori (il "senso di colpa" o la "norma").

Il risultato di questa collisione è un’aggressione distorta. L’individuo non è più un attore funzionale, ma un soggetto che vive un’alternanza logorante tra il desiderio di riscatto e la paralisi del senso di colpa.

La Matrice del Modello Emozionale: L'Impotenza Appresa

È fondamentale sottolineare che queste attività conflittuali non sono quasi mai correlate alla realtà esterna oggettiva del momento. Esse scaturiscono dalle posture del Modello Emozionale familiare: binari comportamentali pre-impostati che l’individuo percorre automaticamente.

Quando queste posture si attivano, il soggetto scivola in una condizione di vittima impotente. In questo stato, la persona non combatte contro un ostacolo reale, ma contro la propria incapacità di armonizzare le spinte biologiche con le pretese del Super-ego. La conflittualità estroflessa, dunque, non è che il sintomo visibile di un’incapacità meccanica di gestire questa tensione interna, trasformando l’impotenza in una rabbia ciclica e mai risolutiva.

In un contesto collettivo pervaso da infinite normative e codici di condotta, l'individuo subisce un'influenza determinante nell'espressione delle spinte del proprio Modello Emozionale. Questo fenomeno produce una specifica modulazione delle strutture auto-valutative: la pressione sociale non si limita a orientare il comportamento, ma interviene direttamente sulla percezione del proprio valore e sull'adeguatezza delle proprie risposte emotive. Per comprendere il concetto di modulazione, è utile analizzare una dinamica relazionale comune. Immaginiamo un individuo che, mosso da una necessità interna di accettazione sociale, decida di utilizzare una strategia consolidata nel suo bagaglio esperienziale: raccontare una barzelletta per integrarsi in un gruppo. Tuttavia, nel momento di agire, egli percepisce un'atmosfera "seriosa" tra i presenti...

La Meccanica della Proiezione e dell'Inibizione

In questo scenario, la POMM identifica tre passaggi fondamentali che illustrano la distorsione tra realtà e rappresentazione:

1. La Proiezione del Bisogno: La necessità di sentirsi accettati in quel preciso istante scaturisce da una proiezione interna. Il sistema limbico eleva l'importanza di un segnale di approvazione sociale, trasformandolo in una condizione di sopravvivenza psichica, quando in termini oggettivi quel segnale rimarrà insignificante nell'economia generale della vita del soggetto.

2. L'Interferenza del Super-ego: Le normative interiorizzate (il Super-ego) fungono da sensori che analizzano l'ambiente. In questo caso, proiettano sul gruppo l'etichetta di "seriosità eccessiva". Tale interpretazione non è necessariamente un dato di realtà, ma una valutazione preventiva basata su timori e codici morali personali.

3. Il Cortocircuito e il "Film Mentale": Sotto la pressione di questa valutazione, l'individuo opta per la repressione della propria spinta originale. Egli produce quello che possiamo definire un "film completo": decide che la barzelletta sarebbe inopportuna senza mai verificarlo empiricamente. Impedendo l'azione, egli si preclude la possibilità di scoprire se il gruppo avrebbe gradito il momento di leggerezza.

Il Conflitto Morale e il Disagio Funzionale

L'esito di questa modulazione è la nascita di un conflitto interiore. La repressione del desiderio non è un atto neutro, ma genera un livello di disagio che l'individuo esperisce come tensione. La "seriosità" percepita nel gruppo attiva una connotazione morale: la spinta a essere divertente viene etichettata come una "scelta sbagliata" o inappropriata.

In questo modo, la dinamica proiettiva trasforma un semplice adattamento ambientale in un giudizio di valore su di sé. L'individuo non si limita a non raccontare la barzelletta, ma si percepisce come potenzialmente inadeguato, provando di disagio e un senso di colpa per aver anche solo concepito un'azione che il suo Super-ego ha giudicato "fuori norma". È proprio in questa frizione tra il bisogno di espressione del Modello Emozionale e la barriera delle normative sociali che si cristallizza l'impotenza del soggetto, intrappolato in una realtà interpretata che sostituisce e nega la realtà oggettiva.

 

L’interazione tra le spinte biologiche e le barriere sociali produce una sistematica deformazione dell’attività proiettiva. Quando il sistema interno si disconnette dalla realtà oggettiva, l’individuo smarrisce la capacità di calibrare la propria attività valutativo-reattiva: i segnali ambientali vengono interpretati esclusivamente attraverso la lente del giudizio, del rifiuto o dell’incomprensione. In questo stato, la reazione perde ogni carattere di proporzionalità rispetto al "torto" percepito. In una cultura dove la morale (il codice esterno) prevarica l'etica (la coerenza interna), l'individuo altera la propria bussola valutativa: oscilla tra la repressione di reazioni sane e necessarie e l'esplosione di risposte esasperate, frutto di frustrazioni accumulate. In sintesi, possiamo identificare le dinamiche emozionali primarie come il "Volere" (la spinta cinetica dell'Arousal) e i vincoli del Super-ego sociale come il "Dovere". L’antagonismo tra queste due forze trascina la persona in uno stato conflittuale, dove la realtà viene distorta in rappresentazioni simboliche e maschere difensive.

 

La Conflittualità Interiore: La Pressione Silenziosa

La conflittualità interiore si nutre di questo antagonismo quando il "Volere" e il "Dovere" non trovano un canale di sfogo verso l’esterno. La tensione rimane sequestrata all’interno dell’individuo perché uno dei due fattori è reso profondamente inconsapevole o è percepito come proibito dal Modello Emozionale (Locus of Control Interno). Questo assetto è tipico delle dinamiche ansiose. In tali casi, il "Volere" autentico è sommerso e reso invisibile dai meccanismi seduttivi del "Dovere", i quali vengono erroneamente scambiati per soddisfazione personale. È la cosiddetta "dinamica della performance": l'individuo corre per compiacere uno standard esterno credendo di inseguire un proprio desiderio.

Similmente, nella sfera sessuale, il "Dovere" viene spesso confuso con il "Volere". La persona identifica il piacere nell'assunzione di un ruolo specifico (la rappresentazione di ciò che "si deve" essere a letto o nel rapporto), ma col tempo tale ruolo diventa una prigione faticosa. Il conflitto interiore che ne deriva è difficile da decodificare perché la maschera della performance nasconde la negazione del Sé. In definitiva, ansia, senso di colpa e depressione non sono altro che sequenze di apprensione che bloccano la capacità di reagire, cristallizzando l’individuo in una postura vittimistica.

 

La Conflittualità Estroflessa: La Caccia al Colpevole

A differenza della forma interiore, la conflittualità estroflessa trova un bersaglio esterno su cui proiettare la propria tensione. La struttura meccanica del conflitto rimane invariata, ma gli elementi del "Dovere" vengono identificati in fattori espliciti che diventano il capro espiatorio del disagio (Locus of Control Esterno). Un esempio classico è la focalizzazione di un contesto come "stressante". In questa configurazione, l'ansia non è più un segnale interno indefinito, ma viene associata a precisi fattori scatenanti o a persone individuate come "colpevoli". Ciò che rimane totalmente inconsapevole è la negazione che l'individuo sta attuando verso il proprio volere originale. Dal punto di vista comunicativo, questa tipologia di conflitto è palese: l'individuo esprime il proprio malessere attraverso:

Alterazioni metaboliche e somatizzazioni (il corpo che urla ciò che la bocca non dice).

Irascibilità e permalosità (reattività estrema a stimoli minimi).

Aggressioni esplicite (tentativi disfunzionali di ripristinare l'omeostasi).

 

Sintesi Operativa

Bisogna riconoscere che la soglia tra conflittualità interiore ed estroflessa è fluida; i due orientamenti possono alternarsi ciclicamente nella vita di una persona. Tuttavia, per la POMM, queste dinamiche sono da considerarsi puramente come segnali comunicativi e non come il cuore del problema. Trattare l'ansia o il conflitto come il "nucleo" da risolvere è un errore di prospettiva deviante: essi sono solo l'effetto visibile di un disallineamento invisibile. Solo un osservatore allenato a leggere la morfologia dei dinamismi proiettivi può risalire dal sintomo (la conflittualità) alla causa reale: la frattura tra il Modello Emozionale e la realtà oggettiva.

 

 

 

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