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I genitori, quando sono subordinati e protettivi verso i figli, generano involontariamente grandi difficoltà emotive nei figli stessi.
Introduzione
Nel panorama educativo contemporaneo, abbiamo assistito a una mutazione profonda del ruolo genitoriale. Siamo passati dal modello autoritario del secolo scorso a un modello "servile-protettivo" di oggi, che, pur nascendo dalle migliori intenzioni d'amore, sta producendo una generazione di giovani emotivamente fragili, arrabbiati e fortemente disorientati. L’amore materno nasce come istinto viscerale, una spinta biologica alla protezione innata e sacrosanta. Col tempo, però, la purezza iniziale incontra i binari della società: la cultura vi sovrappone aspettative e modelli, trasformando un legame naturale in un prodotto storico influenzato da tradizioni, pregiudizi e valori del contesto in cui viviamo. E' facile osservare questa mutazione guardando ai diversi modelli di accudimento nelle diverse culture. Se da un lato il bambino neonato viene trattato in modi assai simili, dall'altro vediamo che con la crescita gli atteggiamenti si differenziano moltissimo. Possiamo così comprendere che il testo che andiamo a scorrere non vuole essere una svalorizzazione o una messa in stato critico dell'amore, ma una riflessione su come questo muta col crescere le bambino e delle spinte sociali. L'eccesso di protezione seppur scaturito da una rappresentazione amorosa, non è un atto di cura ma una forma di inibizione delle capacità adattive dell'individuo che la subisce. Questo testo vuole far riflette e non giudicare l'impegno genitoriale, ma aprire una finestra di contatto con la realtà, dove le buone intenzioni e i buoni sentimenti come l'amore, non mettono al riparo da errori gravi e invalidanti.
La gabbia d’oro
I meccanismi della subordinazione genitoriale si attivano nell'ideologia dell'amore e nella presunta necessità di proteggere un indifeso. Ma se guardiamo la realtà di un bambino di oggi, nel mondo occidentale sono ben poche le minacce alle quali un bambino è esposto. Se escludiamo potenziali rapimenti, stupri, incidenti gravi causati dagli adulti, nel quotidiano ogni bambino non ha assolutamente bisogno di protezione. Nell'ambito genitoriale, vige ancora l'idea che la famiglia sia un ambiente che va creato secondo il sogno della felicità, del sorriso eterno e dell'uguaglianza tra i genitori e i bambini sono il frutto della felicità e la realizzazione del più alto degli ideali. Questa rappresentazione da "Mulino Bianco" svanisce rapidamente perché le cose non stanno così e soprattutto non funzionano in questo modo.
In qualche modo l'ideologia moderna di famiglia perfetta, implica una specie di “democrazia“ familiare con il governo affidato alla razionalità e soprattutto ai buoni sentimenti. Spesso nascono situazioni familiari nelle quali, per il bene dei figli i genitori si mettono letteralmente da parte, si negano nel sacrificio e innalzano sul trono i figli, nell'intento di donare loro la felicità. Tutto questo immacolato tipo di atteggiamento genera una situazione nuova nella cultura moderna, che vede i genitori di fatto assoggettati e subordinati ad ogni guizzo dei figli. La loro felicità diviene il metro di misura della buona condotta del genitore e della sua validità come ruolo. I desideri dei bambini vengono presi quindi come vere necessità da soddisfare, inderogabili, soprattutto oggetto di continua valutazione di quanto siano giuste, normali oppure da inibire. Nella continua valutazione e moralizzazione di giusto/sbagliato viene caricato di un peso drammatico di sofferenza, sacrificio, eroismo dove il bambino avverte la sofferenza ma non la sa collocare, se non come una propria colpa. L'adulto dal canto suo, vive il dramma istantaneo di essere continuamente combattuto tra soddisfare le esigenze del bambino che non sono importanti e la colpa nel caso le contrasti. Dobbiamo ricordare che se una persona non è un “buon genitore” viene automaticamente condannato dall'entourage in un disprezzo quasi silenzioso ed emarginante di critiche ed esclusioni. Ne nasce una silenziosa ansia di prestazione che i genitori attivano nella costante corsa a mantenere nello stato di grazia i figli, saturandosi di preoccupazioni e di cose impellenti da fare. Tirando le somme, abbiamo la commutazione della persona da teoricamente genitore premuroso a subordinato schiavo. Una struttura in cui i genitori sono subordinati ai desideri dei figli.
La gerarchia familiare che si inverte
Quando un genitore si pone involontariamente in una posizione di sottomissione, non si accorge che cerca costantemente il feedback dei figli, in parte per misurare la propria efficienza, in parte per controllare che siano felici. Ovviamente questo avviene nella rappresentazione mentale cognitiva dove il genitore pensa di esprimere amore e accudimento, ma in realtà l'apprensione profusa e le dinamiche dell'attenzione erogate dimostrano che non è così. Quando avvertono questa condizione dinamica, i bambini percepiscono di essere al centro del sistema e questo non rappresenta affatto una condizione funzionale e ancor meno una loro necessità; al contrario questo diviene un pesantissimo stato di responsabilità sulle spalle del bambino (stress); un grande peso, se pensiamo che dal suo punto di vista egli impara rapidamente che se non è felice, i genitori vanno in paranoia. La subordinazione genitoriale rimanda ai figli una continua posizione di scelte da fare, di situazioni stressanti e di tensioni che non sanno come governare. I bambini tentano in tutti i modi di gestire queste anomalie, e spesso ricorrendo ad una continua rappresentazione performante di felicità o di difficoltà riescono a gestirsi, ma a caro prezzo. Questo affaticamento non va letto come uno stato di frustrazione o di sofferenza, in quanto i bambini non avendo ancora una metrica di giudizio non possono ne idealizzare le cose e tanto meno focalizzarle come errate. Purtroppo quello che succede è un iper-addestramento all'apprensione, che darà degli esiti pesanti quando saranno adolescenti e poi da adulti, trovandosi a essere sempre in performance e in ansia senza poter capire il perché. Inutile dire che avere forme di apprensione elevate, senza una comprensibile ragione è piuttosto disorientante, e, se da un lato ci si adatta, dall'altro si vive nella estenuante condizione di tentare in ogni modo di sfuggirvi ma senza successo. Questo genera l'idea (autostima) della propria inefficienza. Riportiamo il nostro focus sul bambino, che trovandosi investito della posizione dominante verso i genitori ubbidienti e un po' servi, sviluppa rapidamente la sensazione di essere solo, senza figure guida. Tuttavia, non riuscendo a capire cognitivamente la sua condizione (per inesperienza) avverte solamente una forte irrequietudine impotente. Questo senso di impotenza trasforma speso il figlio in un "piccolo tiranno" spesso rabbioso e intollerante che, paradossalmente, vive in uno stato di profonda ansia continua. L'attitudine genitoriale lo pone nella continua condizione di dover scegliere in un mondo di cose delle quali non ha abilità di gestione. Del resto, facciamoci una domanda: se il bambino ha il potere sui suoi genitori, chi lo proteggerà dal resto del mondo? Per quanto egli come bambino moderno , in una comunità relativamente sicura, non percepisca forme di minaccia reali e dirette, appunto per il fatto di sentirsi in una specie di solitudine, la sua mente proietta una minaccia generica e senza identità (apprensione).
La sindrome dello "spazzaneve"
I genitori moderni nell'intento di esprimere protezione ai bambini, perché non soffrano, agiscono spesso come "spazzaneve" e spianano la strada della loro quotidianità. Si prepara la merenda, si predispone lo svago, il gioco, la nutrizione, insomma la vita del bambino viene minuziosamente pianificata. In questa attività i genitori mettono molta apprensione, inconsapevole, per effetto della spinta sociale competitiva secondo la quale devono essere bravi genitori e il bambino deve essere sempre felice. Guai se il bambino è triste o affranto, poiché sarebbe la palese dimostrazione della incapacità genitoriale. Sembra che questa frase sia esagerata, ma se guardiamo nella realtà, a mente lucida, il comportamento della grande maggioranza dei genitori risulta anche peggio di quanto ho descritto. L'esito problematico sta nel fatto che i genitori protettivi non preparano il figlio per il cammino, ma preparano il cammino per il figlio, rimuovendo o prevenendo ogni ostacolo, frustrazione o fallimento. Questo comportamento genera nei bambini un’illusione di onnipotenza che crolla non appena il giovane si interfaccia con la realtà esterna (scuola, lavoro, relazioni), dove nessuno è disposto a spianargli la strada. Spesso o quasi sempre, l'iperprotezione nasconde un bisogno del genitore di sentirsi indispensabile, di conformarsi all'idea di “ottimo genitore” nella continua rappresentazione di sé come conforme alle norme sociali. In tanti anni di approfondimenti, tutti i genitori con questa difficoltà hanno sempre risposto negando la loro condizione di sofferenza, fingendo che non ci sia nessun problema. Si sentivano in sofferenza ma non riuscivano a connettere che esistono le spinte sociali, il confronto, e la intollerabilità del loro sentirsi non efficienti nel far sentire i figli sempre felici. In qualche modo, la mente cognitiva mente sempre a se stessi. Chi vive e non è consapevole di essere subordinato a queste regole sociali, commette l'errore di porre i figli al centro del sistema familiare. Un figlio, non è più visto come un individuo separato, ma come un'estensione inconsapevole dell'ego genitoriale. Proteggerlo da ogni minima sofferenza significa, per il genitore, proteggere se stesso dal senso di colpa o dal dolore di vedere il proprio "prodotto" fallire. In altre parole, quando il successo del figlio smette di essere un traguardo individuale e diventa il termometro del valore del genitore, si attiva un corto circuito psicologico profondo. Se il bambino eccelle, il genitore si sente "bravo"; se il bambino fallisce, il genitore percepisce un crollo del valore della proprio modo di essere genitore. Questa rappresentazione e sovrapposizione emotiva trasforma la vita del figlio in un palcoscenico dove la vita, invece di essere vissuta, si performa per il genitore.
L'interferenza dei sentimenti e l'alterazione delle sequenze esperienziali
Il cervello è costruito per apprendere, e un bambino impara attraverso cicli operativi che si fondano su uno schema fisso: tentativo / errore / aggiustamento. Tuttavia, quando la prestazione è legata alla felicità del genitore, l'errore non è più un'opportunità di apprendimento, ma una minaccia al legame affettivo. Il genitore che si preoccupa per l'insuccesso del figlio, contamina la sequenza inserendo la propria emotività al di sopra di quella del figlio, distorcendone la percezione e la focalizzazione di ciò che sta facendo. Nello sviluppo dell'esperienza contaminata, il bambino non sceglie un'attività perché lo incuriosisce, ma perché "funziona" per mantenere l'equilibrio di aspettative coi genitori. Le abilità che si consolidano diventano altre, e invece di sviluppare i propri talenti naturali, il figlio affina una "iper-capacità" di lettura delle aspettative altrui, diventando un esperto nel compiacere anziché un esperto di se stesso. Si assiste alla nascita di uno speciale assetto interiore che potremmo definire un "Falso Sé". L'identità reale del figlio viene sacrificata e deviata nell'esaltazione inconsapevole della performance. Poiché il suo vero io (fatto anche di pigrizia, insuccessi, interessi "inutili" o ribellioni) non riceve convalida, esso viene archiviano, ridotto e addirittura rimosso. Al suo posto cresce un Falso Sé, un'identità costruita sui risultati che, pur essendo socialmente vincente, lascia l'individuo con un senso di vuoto interiore e l'incapacità di capire cosa desideri veramente. In sintesi: Il successo diventa una gabbia dorata. Se l'amore è condizionato alla bravura, il figlio non impara a essere, ma impara a eseguire, perdendo il contatto con il proprio centro emotivo.
Per capire meglio questo assetto involontario, andiamo a considerare come ogni persona inconsapevolmente attribuisce una specie di “causa” alla propria situazione. Il modo nel quale la persona identifica la sorgente delle situazioni si definisce Locus of Control (LoC). Questo concetto venne introdotto dallo psicologo Julian Rotter nel 1966, rappresenta una "bussola della responsabilità" che ognuno di noi in qualche modo ha appreso e porta dentro di sé. Non è un tratto immutabile della personalità, ma una percezione soggettiva di come il mondo interagisce con i nostri desideri e sforzi. Le persone individuano un Locus of Control esterno o interno, a seconda dell'addestramento familiare.
Chi ha sviluppato un Locus of Control Interno vede il mondo e gli eventi in modo correlato al proprio comportamento e stato interiore. Quello che avviene intorno a sé è metaforicamente come una condizione che dipende e da frutti in relazione al proprio modo di agire. Queste persone esprimono che il successo sia il risultato del proprio impegno, delle abilità e delle decisioni. Mentalmente, questo si traduce in una maggiore autoefficacia e in una spinta proattiva: "Se voglio che qualcosa cambi, devo agire io".
Al contrario, chi ha un Locus of Control Esterno si sente mediamente estraneo alla genesi degli eventi e ciò che accade ha cause nelle quali non è coinvolto. Metaforicamente come un passeggero su un treno di cui non egli guida il locomotore. Gli eventi sono attribuiti alla fortuna, al destino, al potere degli altri o a circostanze imprevedibili. Il modello familiare che genera questa impostazione è di tipo passivo e ricco di pregiudizi di tipo vittimistico (che sono i più diffusi) è l’impotenza come espressione appresa: se credo che nulla di ciò che faccio possa cambiare l'esito delle cose, smetterò di provare, scivolando verso la passività il vittimismo e, nei casi più gravi, la depressione.
Potremmo essere indotti a pensare che il primo, quello interno sia migliore o più realistico di quello esterno, ma se riflettiamo bene, comprenderemo che la realtà li contiene entrambi e ciò che conta è la capacità dell'individuo di esserne consapevole, non concettualmente, ma nell'esperienza elaborata. Vediamo di cosa si tratta.
L'equilibrio interiore è collegato alla capacità fornita dall'esperienza reale, elaborata e stabile del nostro Sistema Limbico. Questo complesso sistema di organi cerebrali lavora anticipando la realtà con un certo tempo variabile, determinando che ogni piccolo evento viene in qualche modo intuito prima che avvenga. Su questa base la reattività interiore ci tiene capaci di fare le attività quotidiane in maniera funzionale. Proviamo a pensare cosa succederebbe se per esempio guidassimo l'automobile accorgendoci di una curva nel mentre che ci siamo entrati: la reazione muscolare necessaria per sterzare sarebbe tardiva, di quei pochi millisecondi sufficienti a farci uscire di strada.
L'equilibrio interiore è il risultato di un processo di elaborazione emotiva che risiede nel Sistema Limbico. Quando questo gruppo di organi interni al cervello ha elaborato nella crescita un certo numero di esperienze semplici nel quotidiano, diviene quindi capace di processare la realtà e l'individuo percepisce un certo grado di stabilità interiore. La sensazione è di benessere perché la mente non percepisce all'esterno nulla di difficile da fare o alcuna forma di minaccia.
Attraverso l'elaborazione di esperienze concrete e stabili nella loro prevedibilità, il nostro "cervello emotivo" costruisce una solida base sicura. È questo archivio di vissuto integrato a garantirci la stabilità necessaria per eseguire serenamente le attività quotidiane. Quando invece il Sistema Limbico non rileva la corretta possibilità di prevenire le cose da fare, si attiva una specie di allarme (arousal) che ci fa sentire in apprensione. Non siamo rilassati e la mente inizia a cercare soluzioni a una specie di ansia (o spesso ad una ansia intensa) percepita come correlata a ciò che sta per avvenire (o ciò che è avvenuto) oppure a ciò che probabilmente avverrà. In parole semplici, la mente inizia a rappresentare qualcosa che andrà male, la paura che le cose non funzionino o che non siamo capaci di governarle. Attiviamo un "cortocircuito emotivo", stiamo parlando di quello che la psicologia chiama "Sequestro Emotivo" (o Amygdala Hijack) dove viene espressa intensamente l'attività di questo speciale organo emozionale (l'Amigdala). In quel momento, la reazione scatta prima ancora di aver avuto il tempo di riflettere, oppure rimaniamo bloccati e senza vie di uscita dall'ansia.
Ecco come avviene questo importante sbilanciamento emotivo. In situazioni normali, le informazioni passano dal Talamo e dall'Ipotalamo alla Corteccia Prefrontale (il tuo pilota razionale) per essere analizzate e dove vengono stabilite le azioni da intraprendere. In caso di una situazione verso la quale il Sistema Limbico ritenga che non siamo pronti ad agire, si genera uno stress acuto, l'Amigdala (la sentinella del Sistema Limbico) intercetta il segnale e lancia l'allarme millisecondi prima che il cervello pensante possa intervenire. Siamo davanti ad una reazione arcaica legata alla evoluzione di milioni di anni fa. Poiché il Sistema Limbico è un gruppo di organi di evoluzione biologica molto antica, esso non distingue tra un predatore nella giungla e una mail passivo-aggressiva del capo e attiva le stesse risposte biochimiche tipo: Attacco: Rabbia improvvisa e sproporzionata. Fuga: Ansia paralizzante o evitamento del problema. Congelamento: Quella sensazione di "mente vuota" dove non riesci a rispondere anche se normalmente lo sapresti fare. Ma perché accade? Se le esperienze passate non sono state "elaborate e stabilizzate" (come dicevamo prima), il sistema limbico rimane ipersensibile. Un tono di voce o una parola specifica possono agire come un "trigger", riattivando vecchi file di memoria non risolti e scatenando una reazione che non collegata al presente, ma in qualche modo al passato vissuto ma non completamente interiorizzato.
Questo insieme di organi interni al cervello (il Sistema Limbico appunto) utilizza le esperienze per stabilire e attivare le attivazioni emozionali, e con esse i pensieri e poi i comportamenti. Molte persone e studiosi della mente sono convinti che il Locus Interno sia generalmente associato a una migliore salute mentale e a prestazioni lavorative o scolastiche superiori. Un approccio dove si cerchi la ragione delle cose prevalentemente nel proprio aspetto di responsabilità, può portare a un senso di colpa paralizzante o a un eccessivo stress da prestazione. Pensare di essere responsabili di tutto (anche di eventi fuori dal proprio controllo, come una crisi economica o la malattia di un caro) è un peso insostenibile ed assurdo da concepire. La consapevolezza emotiva risiede nel distinguere ciò che dipende da noi e negli scopi focalizzati (le nostre azioni) da ciò che non lo è, ossia il contesto esterno e le dinamiche di reazione attivate dal nostro comportamento.
Il genitore iper-protettivo “sequestra” o “espropria” l'esperienza autonoma e impedisce l'apprendimento del Locus of Control del figlio. Intervenendo costantemente a spianare la strada e risolvere situazioni e conflitti, il genitore protettivo sposta il baricentro del bambino all'esterno, portandolo su di sé genitore. Nella mente del bambino si forma la netta percezione che se le cose vanno bene, è solo per l'intervento di mamma o papà. In sintesi, il bambino si riconosce “non autonomo”. Sviluppare un’identità forte significa, invece, sviluppare un proprio baricentro, apprendere i modi e i focus fattibili della propria volontà e motivazione. In pratica venire stimolati e guidati nella comprensione pratica delle cose, dove il bambino non riceve “spiegazioni”, ma ostacoli da superare, situazioni da affrontare, guidate dai genitori e commisurate alla sua possibilità, nella comprensione che la struttura mentale si forma attraverso i successi del proprio apprendimento, facile o difficile che sia.
Le conseguenze emotive del "Troppo Amore"
Il danno più devastante che possiamo constatare con grande facilità nelle nuove generazioni e nei bambini è la difficoltà ad accettare e adattarsi agli imprevisti e a scenari diversi da quelli che si aspettava. La rappresentazione del dolore viene a configurarsi non più rispetto a cose che fanno davvero soffrire, bensì su ogni futilità del quotidiano. Nei bambini, specialmente quelli iper-protetti la reazione nervosa e anche rabbiosa insorge rapidamente davanti ad ogni cambio di situazione che sfugga al loro controllo diretto.
La mancata alfabetizzazione del dolore genera paradossalmente un assopimento della coscienza di esso. Si perde la cognizione di cosa faccia male a se stessi e agli altri, divenendo insensibili e sviluppando ipertroficamente la percezione di sé come vittime. Quando la vita presenta inevitabilmente il conto delle proprie azioni (un amore non corrisposto, un brutto voto, un rifiuto lavorativo), il giovane non avrà gli strumenti mentali e interiori per gestire l'impatto e il relativo futuro. Un figlio che non ha mai sperimentato frustrazione quotidiana e non è stato guidato a manipolarla e a orientarla, non sviluppa la resilienza e la capacità di modificare la realtà intorno a sé, attraverso i propri scopi e le proprie strategie. Il dolore che si esaspera a seguito della mancanza di preparazione agli imprevisti, viene percepito come un evento drammatico e insopportabile, portando a crolli emotivi sproporzionati o addirittura, molto spesso fughe nel ritiro sociale (come il fenomeno degli Hikikomori) e forte timidezza.
L'insicurezza cronica e la "Sindrome dell'Impostore"
Se i miei genitori hanno dovuto fare tutto per me, il messaggio implicito che ho ricevuto è: "Tu, da solo non sei capace". L’iper-protezione comunica un’immensa sfiducia nelle capacità del figlio stesso, con la conseguente distorsione nella capacità di analisi e di sviluppo delle proprie abilità apprese. Se il presupposto è che io non valgo, ogni cosa che faccio non vale, pertanto viene a dominare la scarsa motivazione e la apatia verso ogni cosa dove il genitore focalizza il massimo valore. Questi giovani crescono con un'autostima apparentemente alta (nutrita dalle lodi costanti dei genitori), ma interiormente fragilissima e instabile, ma soprattutto un approccio passivo caratterizza il loro stile di vita. Sanno, nel profondo, di non aver mai conquistato nulla per merito proprio, sviluppando un'ansia da prestazione paralizzante. Spesso i genitori non percepiscono questa condizione per due ragioni: una sta nel fatto che vergognandosi di sé spesso i ragazzi mediano e nascondono i propri sentimenti, si rifugiano in identità fittizie social. Seconda ragione riguarda l'apparente impegno che viene profuso nello sport e nelle performance socialmente riconosciute anche purtroppo, non sviluppano affatto esperienze che incidano nella identità e nel valorizzarsi (autostima). Il più lieve ma frequente degli effetti può essere identificato nella “sindrome dell'Impostore”, nella quale la persona si sente sovrastimata nelle proprie abilità/valore, anche quando il valore delle sue capacità è oggettivamente alto. Questa particolare sindrome fa sentire sempre in colpa e non meritevoli di apprezzamenti. E' l’incapacità di interiorizzare i propri successi, convinti che siano frutto del caso o di ragioni esterne. È il terrore costante di essere smascherati come incompetenti, nonostante le prove concrete di valore e capacità. È un "bug" emotivo/cognitivo che si attiva spesso nelle persone più preparate e capaci, generando ansie immotivate e forme di alterazioni del comportamento.
Un altro effetto studiato, connesso alla iper-protezione è la paralisi decisionale che la persona avverte nella quotidianità. La libertà di agire viene schiacciata dall'idea della responsabilità, dove fallire diviene una rappresentazione intollerabile e drammatica. Se un figlio è stato sempre "anticipato" e protetto dai familiari rispetto alle conseguenze delle sue azioni, si troverà incapace di scegliere e intraprendere obiettivi e strategie. La subordinazione verso i genitori crea adulti che cercano costantemente un "validatore esterno", qualcuno che dica loro cosa fare e che si assuma la colpa in caso di errore.
Senza lo sviluppo di esperienze per l'autonomia e apprendimento delle proprie abilità, il senso delle cose perde significato. La felicità non è l'assenza di problemi, ma la capacità di superarli con le proprie forze e sentirsi in equilibrio interiore ogni giorno. Togliendo la appropriazione della propria capacità autonoma, i genitori protettivi tolgono ai figli la possibilità di sentirsi competenti e orgogliosi di se stessi. Il risultato è un senso di vuoto esistenziale, una generale demotivazione che spesso sfocia in forme di apatia o depressione clinica in età giovanile. In verità non c'è un età nella quale non avvenga questo drammatico dinamismo, spesso si verifica in età assai diverse, dal periodo universitario, a mezza età o in età matura. Quello che possiamo comprendere è che gli effetti non sono misurabili, ma gli studi odierni hanno certificato che la correlazione iper-protezione e depressione è molto diretta.
Amare un figlio non significa evitargli la sofferenza, ma equipaggiarlo perché possa attraversarla. Il genitore deve avere il coraggio di essere "impopolare", di restare fermo sulle proprie posizioni e di guardare il figlio cadere, restando lì non per sollevarlo immediatamente, ma per incoraggiarlo a rialzarsi da solo con affetto e sicurezza. L’eccesso di protezione è, in ultima analisi, un atto di egoismo mascherato da altruismo: serve a placare l'ansia del genitore, ma condanna il figlio a un'invalidità emotiva permanente. La vera protezione consiste nel donare le ali, non nel chiudere la gabbia, per quanto d'oro essa sia.
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