NON PSICOLOGICA

 

Sito di contenuti sul funzionamento

della mente umana

 

                             
                                      Il Pensiero Magico

                                   L'origine del bisogno di credenze e superstizioni

                                             La subordinazione emotiva primaria

 

 

                                    
Ma che cos'è il "Pensiero Magico" ?

 

Fin dalla notte dei tempi, l'essere umano ha cercato risposte alle grandi domande dell'esistenza. Chi siamo? Da dove veniamo? Qual è il nostro scopo? In questa ricerca, abbiamo sviluppato una vasta gamma di credenze, religioni e superstizioni, spesso proiettando le nostre speranze e le nostre paure su un'entità superiore, un dio, o su forze invisibili che sembrano governare il nostro destino. Ma perché abbiamo un bisogno così profondo di credere? Perché, nonostante i progressi della scienza e della logica, così tante persone cercano ancora una guida esterna per navigare nella complessità della vita? La risposta non risiede necessariamente in un'indagine teologica o filosofica, ma piuttosto in una analisi psicologica che affonda le radici nelle nostre prime esperienze di vita: il generarsi del pensiero magico e la subordinazione emotiva primaria alle spinte dell'entourage. Il pensiero magico è quella modalità di ragionamento tipica dell'infanzia (ma che spesso portiamo con noi anche da adulti) in cui si attribuisce alla propria mente, alle parole o a rituali simbolici il potere di influenzare la realtà oggettiva. Per un bambino tra i 2 e i 6 anni, non esiste una distinzione netta tra il "mondo interno" (attrazioni e repulsioni) e il "mondo esterno" (fatti fisici). Secondo lo psicologo Jean Piaget, il pensiero magico emerge durante lo stadio pre-operatorio (tra i 2 e i 6 anni). In questa fase, il bambino è caratterizzato dall'egocentrismo cognitivo: egli è convinto che il mondo giri intorno a lui e che la sua prospettiva sia l'unica esistente. Questo avviene in funzione della sua specifica dinamica dell'apprendimento che in questa fase è in piena attività riproduttiva sperimentativa dei modelli emozionali primari e comportamentali appresi dagli adulti. Mentre per il bambino il pensiero magico è un modo per imparare a conoscere il mondo e la magia fantasticata permette temporaneamente di colmare la lacuna del sapere intorno all'apprendimento in divenire, per l'adulto invece, è spesso un modo per spiegarsi e sopportare il mondo.

 

                   Le radici di questo fenomeno sono state individuate in tre concetti chiave:

 

1. Animismo: La tendenza ad attribuire vita e coscienza a oggetti inanimati (es. "Il tavolo mi ha fatto male apposta").

2. Artificialismo: La convinzione che gli elementi naturali (nuvole, montagne) siano stati creati dall'uomo o da un'entità che agisce come un uomo.

3. Finalismo: L'idea che tutto ciò che accade in natura abbia uno scopo preciso volto a soddisfare i bisogni degli esseri umani.

 

Ma come mai questo assetto mentale cognitivo è così diffuso in tutte le culture? Principalmente, la ragione è da individuarsi nel fatto che assolve a compiti psicologici specifici, integrali nelle proiezioni:

1. Senso di Controllo e Sicurezza

Il mondo, per un bambino, è un luogo vasto, caotico e spesso imprevedibile. Credere che indossare il "mantello della forza" possa davvero proteggere dai mostri sotto il letto, o che chiudere gli occhi renda invisibili, fornisce uno strumento per gestire l'ansia. Trasforma un ambiente minaccioso in uno controllabile attraverso piccoli rituali.

2. Gestione della colpevolizzazione e dei desideri

A causa dell'egocentrismo, il bambino può pensare che un suo cattivo pensiero (es. "Vorrei che mamma se ne andasse" durante un capriccio) possa causare un evento reale. Qui il pensiero magico interviene con la "riparazione": piccoli gesti o formule magiche servono a cancellare il "danno" immaginario, aiutando a regolare le emozioni forti.

3. Sviluppo della capacità di associazione e simbolizzazione

Questa fase è il terreno fertile per il gioco simbolico (il "fare finta di"). Senza la capacità di sovrapporre il magico al reale, non avremmo la narrazione, l'arte o la capacità di astrarre che useremo poi nella vita adulta.

 

                                         Il passaggio della mente cognitiva verso la logica

 

Verso i 7-8 anni, con l'ingresso nello stadio delle operazioni concrete, il bambino inizia a comprendere le leggi di causa-effetto fisiche e biologiche. Se la cultura e il modello familiare lo sostiene, la magia si ritira gradualmente, lasciando spazio ad una certa parte di razionalità. Tuttavia, il pensiero magico non scompare mai del tutto: la ritroviamo nelle nostre superstizioni, nei portafortuna o nel modo in cui speriamo o preghiamo che qualcosa accada "solo perché lo desideriamo intensamente". Il pensiero magico è, in ultima analisi, il primo tentativo dell'essere umano di dare forza ad una specie di volontà istantanea e superficiale, confidando in un ordine superiore che in qualche modo risponda alle proprie richieste. Il pensiero magico, negli pdulti trascende e va oltre la razionalità poiché quest'ultima non offre alcuna garanzia al volere istantaneo di un individuo. Nell'adulto, il pensiero magico riemerge soprattutto in situazioni di incertezza, stress o scarso controllo/auto-controllo. Quando la logica non basta a garantirci un risultato e/o la proiezione è orientata al fallimento, la nostra mente torna a pescare nel bacino delle soluzioni "primitive": le fedi e le superstizioni. Per fare un esempio, le persone cercano le divinità per vincere denaro, per superare gli esami, per garantirsi la salute ed è interessante notare che le richieste sono sempre correlate di uno speciale implicito: io ti prego quindi esaudisci il mio desidero espresso. Addirittura gli atteggiamenti superstiziosi sono espressi in chiave preventiva, ossia prego genericamente perché non si sa mai, e questo evidenzia comunque un implicito come quello descritto poc'anzi. Nulla di male in questo, ma si evidenzia concretamente come il ricorso alla superstizione sia un atteggiamento residuo del modello infantile. 

 

                                                        Superstizione e performance

 

Nella realtà delle dinamiche mentali assistiamo ad una interessante associazione, ossia di come la superstizione si connetta e a volte generi i rituali di performance. Dall'atleta che indossa sempre gli stessi calzini fortunati prima di una gara, allo studente che usa la "penna dei test", i rituali moderni vengono assunti con la fantasiosa funzione di ridurre l'ansia da prestazione. Ma perché lo facciamo? Psicologicamente, compiere un rituale ci dà l'illusione di aver fatto "tutto il possibile". In qualche modo ci solleva dal senso di colpa preventivo e pervasivo qual ora le cose vadano male. Anche se sappiamo razionalmente che i calzini non influenzano la velocità, il calo di ansia che ne deriva migliora effettivamente la nostra concentrazione. Oggi vanno molto di moda termini come "resilienza" o "determinazione". Sebbene abbiano una base psicologica interessante (focalizzare l'attenzione su un obiettivo dovrebbe renderci più pronti a coglierne le opportunità), spesso sfociano nel puro pensiero magico: la convinzione che l'universo cospiri per darci ciò che desideriamo solo perché lo abbiamo pensato intensamente. Analogamente appartiene all'approccio magico l'idea che l'universo cospiri per NON darci ciò che abbiamo desiderio.  In questo diffuso modo di pensare e credere, troviamo una funzione:  cercare di combattere il senso di impotenza verso un futuro economico o lavorativo incerto o cose simili. Nascono così i rituali collettivi e la scaramanzia. Gesti come "toccare ferro" o evitare di passare sotto una scala sono forme di pensiero magico collettivo. Funzionano come un contratto sociale col destino: seguiamo la regola non perché ci crediamo davvero, ma "non si sa mai". Molti studi hanno identificato alcuni motivi per cui la nostra mente cognitiva non ha "cancellato" questa curiosa funzione:

 

I fenomeni magici sono stereotipi di cose socialmente condivise: quando pensiamo alla  fortuna, ai modi per attivarla, stiamo attingendo al variopinto mondo degli stereotipi sociali che rappresentano nella nostra mente una virtuale certezza nel divenire delle cose. Da un lato siamo consapevoli cognitivamente che la magia non esiste, dall'altro speriamo sempre che prima o poi qualcosa di magico ci salvi e ci dia felicità.   La convinzione che qualcosa funzioni (un amuleto o un rituale) può effettivamente migliorare il nostro stato psicofisico un effetto placebo auto-prodotto. Vengono soddisfatti il senso e la giustificazione delle più comuni proiezioni di minaccia (paura dell'ignoto, controllo dell'immediato futuro, distorsioni emotive varie). Molte volte pensando agli strani fenomeni della vita, si ricordano  o si attivano le narrazioni incredibili di cose assurde ma che infondo vogliamo e crediamo come vere. Potremmo definire questa condizione di persistenza del pensiero magico come “euristica della disponibilità” . Tendiamo a ricordare le volte in cui il "presagio" si è avverato e a dimenticare le migliaia di volte in cui non è successo nulla. Nella modernità si è attivata anche una nuova condizione, più interiore che sociale, che riguarda l'ansia e le apprensioni. Il pensiero magico assume una nuova veste e diviene un tentativo di controllo dell'Ansia.  In un mondo che crediamo dominato dal caso, il pensiero magico è un tranquillante naturale. Ci fa sentire meno in balia degli eventi.

 

                             Una profonda relazione tra il pensiero magico e la società

 

Il pensiero magico, spesso trascurato nel dibattito pubblico su fede e ateismo, svela una dinamica cruciale della formazione della nostra identità. La persona che cresce in uno stato di “subordinazione emotiva”, ovvero legata a un bisogno costante di accettazione e validazione sociale, sviluppa una dipendenza psicologica che si proietta ben oltre l'ambiente familiare. La mancanza di autonomia emotiva porta a cercare figure esterne che fungano da sostituti esterni delle figure di accudimento: un padre, una madre, un giudice, che estendano e oggettivino il continuo bisogno di validazione sociale. Questo non è un giudizio sulla moralità della fede e sulle dinamiche di relazione sociali, bensì un sintetico modo di esporre e comprendere la sua funzione psicologica nel contesto della evoluzione interiore individuale.

 

                                        La dipendenza emotiva e la ricerca di una guida

 

Quando un individuo non ha l'opportunità di sviluppare una solida e autonoma emotiva e identitaria, basata sulla propria validazione interiore, cerca inconsciamente un punto di riferimento esterno. La mente, in un tentativo di trovare un equilibrio, proietta questo bisogno su figure o entità che possono colmare questo vuoto. È qui che entra in gioco il concetto di una figura divina o di una forza superiore. Queste entità non sono solo oggetti di venerazione, ma diventano il sostituto del genitore interiore che non si è mai o parzialmente elaborato. Esse offrono un senso di sicurezza, di appartenenza e, soprattutto, di giudizio. Se non si è in grado di giudicare se stessi, di discernere il bene dal male in modo autonomo, si ha bisogno di un'entità che lo faccia al posto nostro. Questa immaturità emotiva si traduce in una immaturità cognitiva. Il bisogno di una guida diventa preponderante ogni volta che ci troviamo di fronte a qualcosa che non comprendiamo. Invece di affrontare l'incertezza con la curiosità e l'apertura all'apprendimento, la mente subordinata, cerca una risposta immediata e preconfezionata oggettivata dalla comunità. Le superstizioni, le credenze popolari e i dogmi religiosi offrono proprio questo: un insieme di regole e spiegazioni che semplificano una realtà complessa, fornendo un senso di controllo in un mondo che sembra caotico e imprevedibile.

 

                             Valutazione vs. Comprensione: due modi di percepire la realtà

 

Questo approccio si riflette in un'altra dinamica psicologica fondamentale: la distinzione tra valutazione e comprensione. La valutazione è un meccanismo mentale che mira a etichettare la realtà con l'intenzione di contenerla. Quando giudichiamo qualcosa come "giusto" o "sbagliato", "buono" o "cattivo", stiamo essenzialmente cercando di arginare i nostri dubbi e le nostre paure. La valutazione è un atto di difesa, un modo per creare un ordine artificiale per evitare l'ansia dell'ignoto generata dal modello familiare e dalla cultura. È un processo mentale rapido, spesso impulsivo, che cerca di rassicurarci che sappiamo dove ci troviamo e cosa dobbiamo fare. Ma questo processo ci impedisce di vedere la realtà nella sua interezza. Ci blocca in un'interpretazione superficiale, limitando la nostra capacità crescita, lo sviluppo di esperienze reali  e la nostra consapevolezza in generale.

Al contrario, la comprensione è un processo mentale che orienta la nostra mente in un modo diverso, sia come sequenza dell'apprendimento, sia come elaborazione temporale delle esperienze: l'approfondimento. Invece di etichettare, la comprensione si chiede "perché?". È un processo investigativo basato sulla curiosità che ci spinge a guardare oltre la superficie, a connettere i punti e a riconoscere la concretezza della realtà. La comprensione non ha paura dell'incertezza, anzi, la abbraccia come un'opportunità di apprendimento. Una persona che opera nel mondo della comprensione non ha bisogno di un dogma per navigare nella vita, perché la sua bussola interiore è alimentata dalla curiosità e dalla ricerca delle cose. Questa persona non ha bisogno di magiche superstizioni per darsi risposte, perché è lei stessa a cercarle, con umiltà e apertura, ma soprattutto riesce ad accettare quei contesti dove le risposte non ci sono.

 

                                 L'illusione del controllo e la sicurezza nella conoscenza

 

Il bisogno di credere in qualcosa o in una forza superiore è spesso legato all'illusione del controllo. In un mondo in cui gli eventi sembrano casuali e la sofferenza inevitabile, la fede offre una narrativa che può essere motivante e che dà un senso a tutto (esistenzialismo spicciolo). Se c'è un piano superiore, se c'è un motivo dietro ogni cosa che accade, allora non siamo impotenti. Questo ci permette di accettare le avversità con con una interpretazione che ne da il motivo. Ma è importante distinguere tra la serenità apparente che deriva dalla fede e la serenità che vitalità dalla conoscenza. Quando una persona ha sviluppato la propria identità, quando ha imparato a navigare nelle proprie emozioni e a fidarsi della propria capacità di elaborare le esperienze, non ha più bisogno di proiettare il proprio potere su un'entità esterna. La sua sicurezza interna non dipende da un dogma, o da una qualche forma di approvazione sociale, ma dalla sua capacità di pensare in modo critico e davanti al cambiamento rifocalizzare la propria proattività. Questa persona è in grado di attaccare la realtà per quello che è e condizionarla, con tutti i suoi lati positivi e negativi, senza la necessità di ricorrere a spiegazioni sovrannaturali derivanti dalla propria impotenza.

 

                                   Uscire dalla subordinazione: la via verso la maturità emotiva

 

Il percorso per superare la subordinazione emotiva primaria non è facile. Richiede una profonda introspezione e auto-osservazione assieme. Non si tratta di negare il pensiero magico ma di  comprendere la funzione psicologica che esso riveste nella nostra dinamica emotiva. Si tratta di chiedersi: "Perché ho bisogno di credere in questo? Cosa mi sta offrendo questa credenza?". Questa auto-riflessione ci permette di distinguere tra un bisogno emotivo e una scelta consapevole. La maturità emotiva non è un punto di arrivo, ma un processo continuo. È la capacità di adattamento proattivo anche se non abbiamo tutte le risposte e che la vita è un'esperienza di apprendimento costante. Davanti agli errori, non è la capacità di perdonare se stessi, oppure e di celebrare le proprie vittorie, ma la consapevole abilità e volontà di rifocalizzare cosa avverrà dopo, senza aspettarsi l'approvazione di nessuno. Quando si raggiunge questo stato, il bisogno di un padre, di una madre o di un giudice esterno svanisce. Si diventa la propria guida, il proprio punto di riferimento. Non si ha più bisogno di credenze o superstizioni per affrontare la vita, perché la vera guida è dentro di noi in un continuo contatto con la semplice realtà.

 

                                          L'impatto sociale e culturale della subordinazione

 

La dinamica della subordinazione emotiva non si limita al rapporto individuale con la spiritualità, ma si estende a influenzare l'intera società. Le religioni e le ideologie politiche, in molti casi, offrono una struttura di potere che si basa sulla stessa dinamica psicologica. Offrono una figura di autorità (un leader spirituale o politico) e un insieme di regole (dogmi o ideologie) che semplificando la realtà e offrono un senso di appartenenza (approvazione e validazione sociale). Le persone che non hanno sviluppato una sufficiente identità interiore sono più suscettibili a questi messaggi. Tendono a seguire ciecamente le istruzioni, a non mettere in discussione l'autorità e a cercare l'approvazione del gruppo. Questo fenomeno spiega perché, in molte società, la religione e le ideologie politiche diventano pilastri fondamentali della cultura e dell'identità nazionale. Essi offrono un senso di unità e di scopo che, in mancanza di una forte identità individuale, diventa cruciale per la coesione sociale.

 

                                          Conclusioni: verso una consapevolezza autentica

 

In conclusione, la tendenza umana verso il pensiero magico spinge le persone a credere, sviluppa superstizioni e forze invisibili. È un riflesso profondo della nostra struttura mentale e del nostro specifico processo del Modello Emotivo di provenienza. La subordinazione emotiva primaria, che si manifesta come un inconsapevole bisogno costante di validazione esterna, ci spinge a cercare una guida e un giudizio al di fuori di noi stessi. Questo stato mentale, a sua volta, induce un approccio di valutazione della realtà, nel cercare di arginare dubbi e paure, anziché un approccio di comprensione, che abbraccia l'incertezza e la complessità per generare nuove esperienze reali.

Il cammino verso la maturità emotiva richiede di affrontare queste dinamiche e di intraprendere un percorso di proattiva conversione delle spinte interne. Una concreta saggezza non è la conoscenza di un dogma, ma la capacità di navigare nella vita con lo sviluppo della esperienza e delle relative abilità formate. La persona vive bene quando è consapevole delle propri limiti e capacità/abilità, non sentendosi inibita nello svilupparne sempre altre.

 

.

Sito di divulgazione e pubblicazione culturale
I contenuti pubblicati in questo sito sono di proprietà intellettuale di Alberto Bonizzato
In collaborazione con: Laura De Biasi e D.ssa Maria Russo
Contatto: alberto@non-psicologica.org