NON PSICOLOGICA

 

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della mente umana

 

 

                                                Le Funzionalità Emotive – Dinamiche Emotive

 

                 Le Funzionalità Emotive:
         Il Motore dell’Azione e della Stabilità

Nella POMM (Prospettiva di Osservazione della Meccanica della Mente), le emozioni non sono considerate "stati d’animo" passeggeri o reazioni poetiche agli eventi della vita. Esse sono, a tutti gli effetti, funzionalità bio-meccaniche. L'etimo stesso della parola (dal latino e-movere, "muovere da") indica la loro natura primaria: le emozioni sono attivazioni energetiche progettate per produrre un movimento, un’azione o una risposta adattiva.

Comprendere la funzionalità di uno stato emotivo significa smettere di chiedersi cosa essa "significhi" e iniziare a osservare cosa produce nel sistema individuo-ambiente.

 

1. Emozioni come Strumento di Sopravvivenza

Ogni stato emotivo ha una ragion d'essere biologica che precede di milioni di anni la nostra capacità di ragionamento. Non esistono emozioni "inutili" o "sbagliate": ognuna di esse è una risposta funzionale a una specifica condizione rilevata dal Sistema Limbico.

Il Motore Binario: Paura e Curiosità Evolutiva

L’architettura del Modello Emozionale poggia su due pilastri biologici fondamentali, le uniche vere Curiosità Evolutiva. Ogni sentimento complesso — dall'ansia all'aggressività, dal senso di colpa  alla gioia — non è che una sfumatura cromatica generata dalla mescolanza di questi due colori primari.

Comprendere il Modello significa smettere di "giudicare" i propri stati d'animo per iniziare a leggerne il significato comunicativo. Un attacco di rabbia o un blocco ansioso non sono "errori" della mente o cose “negative”, ma risposte funzionali (seppur spesso anacronistiche) che il Sistema Limbico mette in atto per proteggere l'individuo o spingerlo all'adattamento.

 

La Funzione di Allarme (Paura Primaria): Attiva le risorse per la difesa o la fuga. La sua funzionalità è la salvaguardia dell'integrità. Essa regola inoltre l'apprendimento di nuove situazioni: poiché non ci si può adattare istantaneamente, la paura scandisce i tempi dell'integrazione esperienziale.

La Funzione di Esplorazione (Attrazione/Curiosità): Spinge l'individuo verso l'esterno per acquisire nuove risorse o dati ambientali.

La Funzione di Coesione (Affettività): Garantisce il legame sociale e la protezione del nucleo, fondamentale per la sopravvivenza della specie.

Queste attivazioni sono l’Arousal, che è l'intensità reattiva. Se la funzionalità emotiva è corretta, l'intensità della risposta è proporzionata allo stimolo; se è distorta, il sistema produce proiezioni particolarmente irreali che generano sofferenza.

 

2. La Funzionalità Omeostatica: Perché "Scegliamo" di Soffrire?

Uno dei punti più controintuitivi della realtà mentale è che anche le emozioni dolorose o "negative" assolvono a una funzione precisa: la conservazione dell’equilibrio interno.

La mente non cerca la felicità in senso astratto, ma la Coerenza con il proprio Modello Emozionale contrariamente a come esprime la mente cognitiva. Se il modello di una persona è costruito sulla dinamica dell'esclusione, provare dolore per un rifiuto è una funzionalità "efficace" perché conferma la realtà conosciuta. In questo senso, l'emozione dolorosa funge da stabilizzatore dell'identità: preferiamo soffrire in un modo che conosciamo piuttosto che affrontare l'ignoto, che attiverebbe un altro tipo di arousal di intensità ben superiore.

 

3. Emozioni Reali vs. Emozioni Rappresentate

È necessario distinguere tra la funzionalità originaria e la sua traduzione cognitiva:

1. Emozioni Funzionali (Primarie): Esse sono generate dal Sistema Limbico, perlopiù dall'Amigdala. È l'attivazione immediata, rapida e finalizzata a un’azione concreta. È lo scatto riflesso, il brivido di attrazione, il segnale viscerale di pericolo.

2. Emozione Rappresentata (Sentimento): È la rielaborazione cognitiva del segnale. Qui interviene la drammatizzazione, che trasforma la funzionalità in una narrazione eminentemente morale. Mentre l'emozione funzionale si esaurisce una volta compiuta l'azione di spinta, quella rappresentata può durare anni, alimentata da proiezioni e ricordi, mantenendo ogni utilità pratica nel senso di confermare il Modello Emozionale.

 

4. La Selezione Proiettiva: Il Filtro Invisibile della Realtà

È fondamentale comprendere che la mente umana non opera come una telecamera che registra passivamente ogni dettaglio dell'ambiente, ma piuttosto come un sistema selettivo a sbarramento. Quando mettiamo in atto un comportamento, l’ambiente circostante genera un’infinità di variabili e risposte reali (che potremmo definire con il valore incognito "X"). Tuttavia, l’individuo non è biologicamente in grado di percepirle tutte: il suo Sistema Limbico opera una selezione proiettiva istantanea e automatica.

Tra le innumerevoli sfumature di feedback disponibili nella realtà, la mente ne "pesca" e ne isola e interpreta una minima parte — spesso appena due o tre — scegliendo esclusivamente quelle che risultano sintonizzate con le proprie proiezioni e con il proprio Modello Emozionale.

La Realtà viene utilizzata come conferma del Modello. Questo meccanismo trasforma l’interazione con il mondo in un continuo processo di auto-conferma:

Filtro Attivo: Non "vediamo" la realtà per ciò che è, ma la setacciamo alla ricerca di ciò che ci aspettiamo di trovare.

Esclusione del Dissenziente: Tutte le variabili ambientali che non coincidono con la nostra proiezione interna vengono letteralmente ignorate, diventando invisibili alla nostra coscienza.

Coerenza del Sistema: Se il mio modello interiore proietta una minaccia, la mia mente scarterà dieci segnali di accoglienza per focalizzarsi sull'unico dettaglio ambiguo che possa confermare la mia attivazione.

In questa dinamica, il feedback che riceviamo non è un dato oggettivo proveniente dall'esterno, ma un frammento di realtà selezionato appositamente per nutrire la stabilità del nostro sistema. Questo spiega perché il cambiamento risulti così difficile: siamo intrappolati in un circuito chiuso dove proiettiamo una visione del mondo e poi utilizziamo la realtà stessa, debitamente mutilata dalla nostra selezione, per dimostrare a noi stessi che quella visione è l'unica possibile.

La consapevolezza di questo processo è il primo passo per scardinare la "cecità proiettiva" e iniziare a recuperare quelle variabili reali che il nostro filtro limbico ci ha sempre impedito di vedere.

 

 

5. Verso la Gestione delle Funzionalità

Evolvere non significa "controllare" le emozioni (operazione impossibile per la neocorteccia verso il Sistema Limbico), ma comprenderne la funzione ed orientarne l'energia. La consapevolezza permette di non arrivare mai ad un attacco di rabbia o a un momento di nervosismo, poiché il soggetto impara a prevenire, leggere anzitempo e riconoscere in anticipo come andranno le cose.

Quando iniziamo a vedere le nostre Emozioni Primarie come strumenti di un fatto funzionale, abbiamo la conoscenza profonda non solamente di cosa avviene dentro di noi, ma anche cosa avviene dentro ogni persona. Impariamo a leggere e percepire le variazioni emotive degli altri, impariamo a prevenirle, impariamo ad avere una autentica espressione della nostra volontà, disinibiti dagli stereotipi sociali e capaci di perseguirla senza freni; siamo effettivamente collegati alla realtà e smettiamo di essere vittime del nostro "sentire" proiettivo. L'Indipendenza Emotiva nasce dalla capacità di riconoscere quale funzionalità si è attivata, valutarne l'utilità nel presente e, se necessario, attuare quella reverse engineering dell'esperienza che permette di ri-orientare il motore primario verso risultati di benessere reale e non solo di conservazione del dolore.

 

Caso di Gianna

 

Non entrerò in dettagli del suo lavoro per questioni di privacy ma soprattutto perché sarebbero ancor più enfatizzanti e siccome ci interessano i fatti di dettaglio, tralascerò di includere molti fattori importanti per il suo caso.

Gianna, 30 anni opera nell'ambito medico in un ospedale. Viene da noi per una grave balbuzie che la penalizza molto. Durante le riunioni e nei briefing settimanali lei non riesce a proferir parola senza bloccarsi e andare in stato di panico. Inutile dire che prima di approdare a noi aveva tentato diverse altre strade, ma questo non importa. Il suo temperamento, piuttosto volitivo, la spingeva verso una certa intransigenza e severità verso se stessa e il suo problema.

 

I tratti interessanti sono: la sua intransigenza, la volitività, la balbuzie, la vergogna, la determinazione.

 

Di per sé queste singole specifiche non rappresentano nulla di speciale, anzi, per molti questi tratti sono addirittura positivi. Non sono certo negativi ovviamente, ma come comprenderemo non tutti gli ottimi ingredienti singoli di un cocktail una volta dosati e mescolati danno un buon sapore.

 

L'attività di esposizione davanti ai colleghi le dava una forte apprensione, le sue emozioni primarie andavano alle stelle. Lei si accorgeva di questo naturalmente, ma quanto più cercava di rafforzare il proprio autocontrollo, tanto più nel tempo questo problema era cresciuto. Le attività cognitive rivolte a trovare spiegazioni e strategie erano state abbondanti, ma alla fine ne aveva ricavato solo grande confusione. Questo stato la poneva in grande difficoltà poiché per il suo lavoro, non avere questo autocontrollo era una penalizzazione troppo forte.

 

In dettaglio durante gli esercizi che abbiamo svolto e filmato osservammo che la sua apprensione si attivava anche davanti a una stanza vuota. Quando nel suo immaginario si pensava davanti ad altri e di dover raccontare qualcosa, anche di elementare e/o futile, attivava i propri inibitori e balbettava pesantemente. In altre parole la sua predisposizione all'apprensione si attivava secondo parametri irreali. Da un punto di vista pratico, osservammo alcuni aspetti della comunicazione, che considereremo come comportamento in quanto parti delle sue azioni che inconsapevolmente metteva in atto. La più macroscopica delle evidenze era il continuo sorriso, anche se non aveva nessuno a cui rivolgerlo e nulla di cui sorridere. I movimenti del suo corpo, mostravano assenza di naturalezza e spontaneità. Quando iniziava a parlare esprimeva dei tentativi di assertività che si intercalavano a sguardi di ricerca di approvazione, in sincronia con sorrisi di auto-conferma. Dopo pochi istanti la parola iniziava vacillare e iniziava il balbettio (con sguardo fisso) con la notoria postura facciale e fisica: la testa si protraeva in avanti e oscillava. Passata la breve crisi ripartiva e poco dopo ancora e così via.

 

Spiegazione del Dinamismo:

Quali sono i dinamismi emotivi che si erano attivati? Per rispondere a questa domanda dobbiamo richiamare il dinamismo proiettivo del capitolo sopra: lei proiettava di essere sotto esame/giudizio ed entrava in stato di soggezione. Soggezione verso chi o cosa che non c'era nessuno  con lei? Soggezione prodotta per sua propria postura di sentirsi sotto esame, ma soprattutto sentirsi inadeguata, inabile, non brava e non apprezzata (durante gli esercizi non aveva davanti a sé alcuna persona). La spinta della soggezione la induceva a tentare di dimostrare di valere e in certi momenti infatti tentava atteggiamenti assertivi che poi, degeneravano come descritto sopra. Siamo davanti ad una terzina di comportamenti che si alternavano. L'apprensione immotivata attivava una immagine interiore di sé come inadeguata, ne conseguiva il tentativo di compensare questa sgradevole sensazione, la sensazione di inadeguatezza però cresceva e l'apprensione, salita alle stelle, interrompeva le facoltà di parola (balbuzie), poi si ristabiliva in uno pseudo equilibrio fino alla attivazione successiva. Quasi tutti, definirebbero queste sequenze legate alla “insicurezza”, ma attenzione perché non è affatto così: queste dinamiche non mostrano nessun segnale di indecisione e/o di mancanza di determinazione o qualsiasi altro segnale di qualcosa di indefinito e instabile.

 

Ma cosa stabiliva l'automatismo della visione di sé come inadeguata? Perché così tanto? Per capire questo assetto precostituito dobbiamo guardare il modello emozionale della sua famiglia. La madre è una donna dal forte temperamento e volontà caparbia, bellicosa e rancorosa. Così forte perché (secondo gli stereotipi della mentalità comune) ha dovuto crescere due figli da sola, il marito la tradiva e si è separata.

 

Il primo dei due figli è un maschio e la seconda è Gianna. Il più grande è il figlio perfetto, bravo a scuola, bravo in tutto, ubbidiente e capace. La seconda invece, difficoltà su tutti i fronti, brava a scuola, impegnata ma lenta, mai pronta, mai autosufficiente e con difficoltà diffuse. Dalle descrizioni emerge una madre sempre in affanno, in ritardo per qualcosa, sempre sulla soglia dell'ira. Non servono altre descrizioni per focalizzare due cose: La prima che la madre aveva forti dinamiche apprensive proprie, la seconda, che la figlia Gianna le ha vissute, assorbite e riprodotte orientate contro di sé per effetto dei comportamenti materni. Fin qui, parrebbe che la bravura del primogenito porti a pensare che Gianna aveva le proprie difficoltà per semplice sfortuna. Non è così. Quando pensiamo ai dinamismi di rapporto tra fratelli, dobbiamo ricordare che in base ai comportamenti genitoriali abbiamo più o meno in atto dinamiche competitive e gelosie. Queste attività relazionali si esprimono principalmente non solo in gelosie, ma in complesse strategie con sui sottrarre ai fratelli le attenzioni dei genitori e/o uscire dal raggio del loro radar, oppure ancora ottenere vantaggi di ogni genere. A questo si deve sommare che i comportamenti di de-potenziamento (onano molto bene per mitigare l'ira del genitore o anche ottenere grandi quantità di attenzioni.

 

Detto questo, tornando a Gianna, il fratello avendo una mamma intransigente non poteva fare altro che essere efficiente ( primo genito = nessuna strategia alternativa di sopravvivenza) e in questo modo, essendo perfetto e plasmato sulle esigenze materne, otteneva tutti i favori e le attenzioni che confermassero gli schemi emotivi appresi. La secondogenita invece, essendo più piccola, quali possibilità aveva di competere col più grande e perfetto fratello? Una volta esaurite le priorità nel ricevere attenzioni dalla mamma associate ai primi anni di neonata e successivamente di bambina, il peso del fratello si faceva sentire nelle performance generali. La madre iniziò a metterli a confronto e per gradi, ad avere atteggiamenti di insofferenza verso Gianna, con frasi tipo “muoviti, ho fretta!” e “non ho tempo per queste cose!“ dove l'atteggiamento generale era di darle molto peso e molte attenzioni, ma in senso sconfermante (attenzioni negative), nel farle notare che il suo comportamento era inadeguato, lento e inefficiente. Saremmo portati a pensare che Gianna soffrisse e forse era effettivamente così. Tuttavia non si pensa (non è noto ai più), che la realtà vissuta da bambini non assomiglia affatto a come la pensiamo e rappresentiamo noi adulti, i bambini interpretano gli eventi senza la definizione adulta della sofferenza e del bene/male (se non perché associata dai familiari). Per loro vale la consuetudine, presa com'è senza distinzione. Gianna ha quindi applicato la strategia che funzionava di più per ottenere le attenzioni materne.

 

Altro caso interessante...

Il caso di Franco e Luca e mamma Luisa

 

Il primo genito 27 anni, è un gran bravo ragazzo, perfetto negli studi e nel lavoro, ha una fidanzata ed è sereno.

 

Il secondo genito Luca 24 anni ha lacune su tutti i fronti: dislessia, discalculia, rigidità mentale e soprattutto fisica, cammina come imbalsamato ed è inespressivo, incapace di esternare forme di empatia o simpatia.

 

Franco, terzo genito a 21 anni, episodi psicotici maniacali (certificato secondo il DSM-5) e uso assiduo di stupefacenti; è il secondo genito di tre figli maschi. Parla 3 lingue fluentemente e ha girato il mondo.

 

La madre Luisa è una ex insegnante, poi bibliotecaria, soggetta a depressione maggiore, curata per anni con psicofarmaci, psicoterapie svolte ma nel complesso inefficaci. Il padre ex sportivo dalle grandi prestazioni che con l'uscita dall'ambiente sportivo ha mostrato segni di depressione e poi psicosi dichiarata. Cure psichiatriche a profusione ma i disagi non sono evoluti. Tutt'ora in cura farmacologica.

 

Approda per primo ai nostri percorsi Luca a 24 anni, per caso o per fama non lo saprei dire, con l'obiettivo di superare la enorme timidezza che lo affliggeva. Niente amici e ancor meno rapporti con le ragazze. Difficile dare un quadro semplice della sua condizione. Luca fatica molto a parlare, ancor più di sé e la sua espressività ne comunica l'enorme blocco interiore. Pallore, rigore fisico e anaffettività sono i tratti comunicativi che il suo corpo emanava. Per farla breve, a fine percorso inizia una intensa vota sociale mediante un lavoro molto a contatto con le persone, in un ambito relativo allo spettacolo e divertimenti di vacanza. Nell'arco di un certo tempo relativamente breve, sviluppa molte attività di relazione con molti amici, viaggia molto e frequenta diverse ragazze a vario titolo.

 

A seguito di questo repentino e importante cambiamento, si avvicina ai nostri percorsi la madre, Luisa, che vuole e spera di poter essere aiutata. Con l'attività raggiunge un significativo  riequilibrio, la depressione scompare e realizza in una attività piccolo-imprenditoriale da sola e si trasferisce in un altra ragione serena e gratificata (prospera ancora oggi).

 

A seguito di ciò approda da noi anche Franco, dopo essere rientrato forzosamente dagli USA perché ha avuto problemi legali. Negli States si manteneva facendo il modello e lavoretti nel settore. La droga girava facilmente e lui ne usava volentieri, anche perché era una specie di codice sociale dell'ambiente. Un po' come un bicchiere di vino in veneto, una specie di ritualità di legame.

Durante il percorso vediamo che da un lato egli performa esercizi e comprensione ottima degli argomenti, ma notiamo che la spontaneità è molto relativa, per non dire artificiale. Franco è sempre carico e pronto, sopra le righe, eccitato. L'unica sua lamentela o problema è che sta gradualmente perdendo i capelli e lo affanna il fatto che non potrà più fare il modello. Una volta finito con noi, vola oltre oceano e dopo qualche mese viene instradato nuovamente dalle autorità per droga ed episodi psicotici. Un T.S.O. (trattamento sanitario obbligatorio) lo riporta duramente alla realtà e inizia a considerare seriamente il lavoro svolto con noi. Diversi altri incontri e approfondimenti lo portano a comprendere stavolta veramente il suo stato. Con fatica conclude il T.S.O. E inizia a rifocalizzarsi su di se. Torna all'estero e si crea ancora qualche crisi sporadica. In questo periodo abbiamo avuto un intenso rapporto via Whatsapp dove si ragionava e si analizzavano vari aspetti della condizione generale. Tornato in Italia resta a vive per qualche mese presso la madre in sud-Italia. In questa fase, comprende definitivamente il suo assetto. Lavora ed è sereno.

 

Spiegazione del Dinamismo:

Partiamo dalla madre, che come sappiamo inconsapevolmente è la prima portatrice/trasmettitrice del modello emozionale che i figli assorbiranno. I suoi schemi si attuavano secondo un assetto parecchio sacrificale e con un forte impianto moralista, malgrado le sue origini tirolesi che di per loro sarebbero più pragmatiche. Dalla adolescenza in poi era vissuta in Italia, con un certo adattamento di mentalità, assorbendo e consolidando le influenze peggiori del moralismo/vittimismo della nostra cultura, meccanismo in parte dovuto al suo essere straniera e sentirsi diversa. Erano gli anni sessanta del '900 e com'è noto erano anni di una intensa attività di revisione culturale e non erano scevri da forti dinamiche negatorie di discriminazione tra mentalità conformista e 'rivoluzionaria', che basava il valore collocato sul comportamento su una base marcatamente di sinistra politica, quindi assolutamente vittimistica. In seguito una volta divenuta insegnante, queste influenze furono ancor più forti (rispetto ad altre professioni più a contatto con la realtà) poiché l'ambiente di lavoro della scuola italiana è ben caratterizzato da invidia e faziosità con moltissima ideologia vittimista (retaggio degli anni '60 e '70). La relazione col marito premette e marcò ancor più definitamente gli aspetti di compensazione sulla propria identità individuale, sempre inadeguata, dell'assetto emozionale di Luisa, perché come sportivo competitivo iper-valutante e vittimista italiano, applicava in famiglia una modalità espressiva e comunicativa fondata sulla critica (per migliorare), sul giudizio e sulla prestazione. Il padre, anch'esso viveva in uno stato di forti difficoltà psichiatriche con diagnosi terribili. Le dinamiche comportamentali di Luisa erano quindi sostanziate e configurate da quattro fattori: il proprio bagaglio di schemi rigidi tirolesi, gli influssi e le pressioni dei propri genitori, l'italianità vittimista e sacrificale e le pressioni esercitate dal partner ancor più rigide e superficiali. Un quartetto inespugnabile che ha condotto inevitabilmente alla depressione clinica con terapia per un decennio.

 

L'effetto sui figli

 

In una famiglia, queste condizioni di struttura che formano e generano gli schemi emotivi, non offrono molte variabili. Gli aspetti mentali del vittimismo e della apprensione, così come la negatorietà e la competitività sono meccanismi che tengono il soggetto in allarme continuamente. L'attività proiettiva che ne consegue tende nel tempo a divenire sempre più paralizzante. Le esperienze di vita purtroppo vanno a rinforzare questi processi apprensivi generando una vera e propria oggettività della demotivazione. L'adolescente, per qualche anno tenta in tutti i modi di compensare, di integrare, di rielaborare, ma infruttuosamente, poiché le dinamiche apprensive non possono rilassarsi. La mente interpreta la realtà presumendo una minaccia anche se di fatto non c'è. Questo determina la continua rappresentazione del bisogni di soddisfarsi, gratificarsi, di ottenere l'approvazione/validazione sociale, sia per il figlio che si è ritirato (nella precostituzione di non poterla avere) sia per l'altro che perseguiva modelli di successo sociale (il modello). Purtroppo, come abbiamo capito, le compensazioni non possono funzionare perché operano nel capo proiettivo distorto che è relativamente scollegato dalla realtà.

 

 

 

Quindi in questo esempio di famiglia le paure primarie si convertono in:

DIFENSIVI: il vittimismo per gestire la propria inadeguatezza e moralismo per gestire il senso di colpa derivante,

COMPENSATIVI : la competitività produce i tentativi di compensare le proprie lacune nel presupposto che trovare i difetti ne generi il superamento e la negatorietà compensa la sensazione di non valere, attraverso il continuo tentativo di affermare se stessi sugli altri (negando la tua idea affermo la mia, quindi valgo), oppure di ottenere attenzioni/validazioni esterne.

 

Genitorialità: L’Eredità dello Sguardo Selettivo

Se nella prima parte abbiamo stabilito che il bambino è un registratore dell'interazione sociale dei genitori, qui dobbiamo capire cosa viene registrato tecnicamente: il bambino eredita il filtro selettivo.

Il genitore non insegna al figlio "com'è fatto il mondo", ma gli insegna quali variabili guardare.

Il Radar dei Genitori: Se ad esempio, un genitore, entrando in un ambiente sociale, seleziona istintivamente solo i segnali di giudizio o critica (trascurando quelli di accoglienza), il bambino apprende che quella è l'unica variabile "reale" e rilevante.

La Formazione del Punto Cieco: Parallelamente, tutto ciò che il genitore ignora (perché non coerente con il suo Modello) diventa invisibile anche per il bambino. Si trasmette così una "cecità elettiva". Nel tempo questa limitazione verrà modificata e raramente abbattuta, ma il punto rilevante è la trasmissione del “limite”.

La Profezia che si Auto-avvera: Da adulto, quel bambino non sceglierà di essere ansioso; semplicemente, la sua mente continuerà a pescare dall'ambiente solo quegli stimoli di "minaccia" che ha visto selezionare per anni, confermando continuamente una realtà distorta ma coerente con la matrice originaria.

 


 

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