NON PSICOLOGICA

 

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                                      I feedback relazionali e sociali

 

Feedback significa “azione di ritorno” (retroazione).

Nell'ambito delle relazioni umane, con il concetto di feedback si intende qualsiasi gesto, comportamento, espressione (contenuto) esplicito, implicito o metacomunicativo che scaturisca come risposta a uno stimolo emesso o percepito. Dobbiamo ricordare che, nelle dinamiche relazionali, ogni fattore espressivo è fonte di comunicazione e diviene stimolo emesso, a prescindere dalla consapevolezza e dall'intenzionalità. Anche la singola presenza passiva costituisce uno stimolo comunicativo. Nella pratica, gli stimoli comunicativi appartengono quasi a ogni cosa: un soprammobile particolare, un gesto, una scelta alimentare sono elementi che, in rapporto ai segnali di un'altra persona, definiscono segnalazioni della personalità, comunicano differenze valoriali e ideologiche, attivano evocazioni emotive o posture emozionali dirette, di repulsione o di attrazione (paura o curiosità evolutiva). Il sistema della comunicazione umana, composto da quella esplicita e dalla metacomunicazione, si consolida in ciascuna persona come dinamismo proiettivo; in esso, la lettura dei feedback diviene personale e modellata secondo la propria specifica postura emozionale di un dato momento.

Pertanto, l'oggettivazione dei feedback è impossibile se non contestualizzata nello specifico schema emozionale attivato in quel momento, dove lo stimolo/comunicato è una realtà unicamente per quei soggetti in azione, nella loro specifica condizione valoriale, che definisce quali comportamenti o comunicati siano feedback e quali non siano gli stimoli. Come si distingue se un segnale è un Feedback o uno stimolo emesso?

Essenzialmente stiamo parlando di specificazioni degli schemi proiettivi, pertanto è buona cosa comprendere bene le dinamiche proiettive (proiezioni) al fine di inquadrare correttamente quello che leggeremo ora. A differenziare le due diverse segnalazioni è la sottostante intenzione. Intenzione difensiva o proattiva?

Intenzione di ascolto o di prevalenza?

Intenzione di accettazione o rifiuto?

ecc...

Rispondendo a queste domande si ricava il senso funzionale dell'atteggiamento proiettivo e quindi se siamo davanti ad una condizione dove l'individuo sta proiettando l'interpretazione di un feedback o sta emettendo un segnale che per lui stesso è stimolo.

 

Le componenti in gioco nell'emissione di stimoli/comunicati e nella percezione dei feedback sono le continue mutazioni di stato delle emozioni primarie. Accade quindi che ogni mutazione emozionale di apprensione nel dominare di attrazione o paura cambia la direzione della percezione della persona interlocutrice nel suo insieme e l'orientamento nella ricerca dei feedback. Ogni individuo agisce e ricerca ciò che è attinente alle proprie mutazioni emozionali primarie. Pertanto, a prescindere dalla direzione della dinamica emotiva, la ricerca di feedback si conforma alla specifica dominante emozionale; pertanto, se domina la paura, la ricerca dei feedback è orientata a identificare i segnali di minaccia, mentre se domina la curiosità/attrazione, la ricerca dei feedback è orientata a identificare i segnali di empatia/simpatia/condivisione. Le dinamiche emozionali congiunte funzionalmente alle proiezioni, guidano l'individuo a vedere ciò che il suo stato emotivo chiede di verificare; è questo ciò che non rende equivalenti la percezione e la realtà.

 

                                                          I feedback distorti

Per quanto abbiamo compreso finora, l'individuo, inconsapevolmente, è in grado di selezionare le caratteristiche dei feedback che riceve, in base alla dominante emozionale di ogni proprio istante. Risulta quindi intuitivo che una scorretta o distorta percezione della propria emozionalità determina un'analoga scorretta e distorta percezione della realtà dei feedback che l'individuo ha letto. Senza dimenticare che ogni fattore della comunicazione è funzionale (quindi non positivo o negativo), ogni interpretazione della realtà permette all'individuo di riconoscersi, collocarsi, definirsi. Questo sistema, se guardato in un'ottica temporale e prospettica, ci permette di osservare un'importantissima coerenza tra l'identità esperienziale della persona e come, nella propria vita, le dinamiche emotive guidano la conferma di tale identità (ma mai al cambiamento). Accade quindi che un individuo con un'identità caratterizzata in una certa direzione difficilmente svilupperà esperienze incoerenti con la propria identità; la propria esperienza conferma le proprie dinamiche emozionali, che focalizzeranno il riconoscimento solamente di un certo tipo di feedback, definendo solamente un certo tipo di realtà. Fondamentalmente, nell'ambito delle sofferenze umane, questo prospetto diviene un circolo vizioso, sempre inconsapevolmente autoreferenziale. Implicitamente, possiamo comprendere che, nel caso in cui l'identità della persona sia costruita su un modello emotivo con dominante della paura, l'individuo strutturerà comportamenti e conseguenti interpretazioni di feedback basati sulla ricerca di conferme del proprio stato emotivo, e la realtà che egli vivrà confermerà e riprodurrà la sua sofferenza. Nessuna attività intellettiva, cognitiva o morale lo potrà aiutare a cambiare un processo auto-condizionante.

 

Evoluzione e reazione dell'entourage

 

Riflettendo sugli aspetti intorno alla evoluzione del Modello Emozionale individuale, una delle cose che viene poco presa in considerazione è la reazione dell'entourage. Quando una persona cambia, il contesto cambia e le reazioni di sorpresa e giudizio di parenti e amici non tardano ad arrivare. Evolvere vuol dire in pratica, cambiare i propri comportamenti. Non tutte le persone che ci circondano accettano i nostri cambiamenti, anzi. L'evoluzione che avviene nel soggetto che diviene consapevole delle proprie dinamiche emotive, si troverà a fronteggiare un sistema di re-azioni dell'entourage, il quale, percependo le piccole variazioni delle nuove risposte emozionali della persona, percepirà che essa sta cambiando. Tale mutamento spesso è attivatore di paure e alterazioni del comportamento degli  individui dell'entourage. Questa re-azione svolgerà una pressione contraria all'evoluzione del soggetto, che si sentirà attorniato da persone con un certo livello di ostilità o di rifiuto dell'aumento del proprio benessere. L'individuo, quando compie un passo verso il proprio progresso evolutivo, si trova ad affrontare una mutazione quantitativa e qualitativa delle dinamiche relazionali di chi lo circonda.

 

Infatti, i soggetti con cui egli interagisce percepiscono un cambiamento quando, mentre la loro aspettativa è ancorata alle precedenti difficoltà del soggetto. Tenderanno a rifiutare i nuovi comportamenti e atteggiamenti, aumentando la pressione e richiedendo i vecchi feedback abituali. A questo punto, il soggetto si troverà in una doppia morsa: da un lato, la pressione esercitata dal proprio entourage, rispetto alla quale sente di dover dare giustificazioni, che alimenta il senso di colpa dell'individuo per l'evoluzione e il cambiamento avvenuto, e dall'altro lato, la pressione endogena che nasce come funzione difensiva rispetto agli attacchi esterni divenuti palesi ed evidenti. La pressione esterna in realtà aiuterà l'individuo, con una certa proporzionalità, a consolidare la propria evoluzione, determinando un nuovo assetto relazionale che produrrà nuove esperienze. Queste nuove esperienze rappresentano l'effettiva evoluzione emotiva e identitaria della persona. Riassumendo, possiamo facilmente riscontrare con una  piccola (relativamente) variazione di percezione emozionale si riesce a indurre un'ampia catena evolutiva esperienziale irreversibile. Infatti, a riprova di ciò, si può osservare il dinamismo nelle condizioni esperienziali distruttive, dove, in presenza di una certa predisposizione emozionale, il generarsi di una dipendenza emotiva avviene con un analogo modo graduale, un crescendo, dove un piccolo stimolo viene simbolizzato e avvia una catena comportamentale.

 

 

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