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 La morale e l'esercizio del potere

 

Tutti sappiamo quanto la morale sia legata alle leggi e ai regolamenti sociali; la sua funzione, in questo ambito, è di palese utilità e di indiscutibile valore. Come tutte le strutture complesse, la morale di per sé non manca di  zone d'ombra e incoerenze, precisamente, nella scarsa flessibilità rispetto all'evoluzione degli usi e costumi della collettività. Questa macrostruttura che l'individuo percepisce fruisce e anche subisce (la morale sociale), rappresenta un modello che offre risposte solo a un determinato tipo di problemi, come le dispute, la criminalità, le azioni immorali, finanziarie, ecc. Essa è rappresentata dalle leggi, sia quelle scritte che quelle non scritte dei comportamenti socialmente normali.

 

Come è noto, i rapporti umani sono strutturati invece nella funzionalità di scambiare attenzioni, affetto e comportamenti significativi, caratterizzati nel 'modo' da una gamma di sfumature che va dall'altruismo alla mercificazione. Nei comportamenti relazionali di un entourage, troviamo una particolare complessità di scambi. Assai frequentemente assistiamo al fatto che, con il variare delle condizioni emozionali di ciascun individuo, mutano pesantemente anche le condizioni morali nella valutazione dei comportamenti. In diversi ambiti, l'applicazione di strutture morali preconfezionate offrono di fatto una gamma completa di strumenti con cui governare la situazione, come per esempio le gerarchie professionali, quelle religiose e, infine, quelle familiari. Nella necessità di ottenere dei comportamenti funzionali dai membri, il sistema della morale e relativa colpevolizzazione offre delle scorciatoie e dei percorsi di efficace e pratico uso. Quando si fa sentire in colpa una persona, attraverso l'esercizio del senso morale del dovere, questa si piegherà e diventerà ubbidiente. Sappiamo che non è sempre così, infatti è facile assistere a reazioni avverse molto intense, proporzionali al rigore della morale esercitata. Più rigida è l'applicazione della moralità, maggiore è la frequenza e l'intensità delle trasgressioni, molti studi lo hanno evidenziato.

 

La nostra attenzione si concentrerà sull'area della famiglia. L'Italia ha una propria particolare condizione di utilizzo di strutture morali ed è quella che ho studiato meglio. Andremo a comprendere all'interno del nucleo familiare la funzionalità e le lacune dell'esercizio del potere morale. Che sia di tipo patriarcale o matriarcale, l'atteggiamento del rispetto, nel come viene espresso e ottenuto, è il primo indicatore delle strutture morali attive. In qualsiasi modo in cui venga dato o ricevuto, il rispetto della persona, nella sua forma assunta anche nella meta-comunicazione (comunicazione non-verbale e intenzionale), assume un orientamento bivalente:

1) Da un lato troviamo il rispetto relazionale semplice, spontaneo e lineare, dove le persone si considerano e si riservano degli atteggiamenti valorizzanti di stima, affetto e accettazione reciproca;

2) Dall'altro, troviamo il rispetto come forma di esercizio della supremazia, spesso anche gerarchica, come forma di imposizione del proprio valore e modo di pensare.  In quest'ultima condizione, il soggetto che subisce l'imposizione di una regola, di una scelta o di un pensiero, avverte il senso opprimente impresso dall'impositore. E' osservabile come avviene che la mente divide questa complessa dinamica in due parti, la prima in colui che agisce l'imposizione e una seconda nel concetto/contenuto morale, oggetto della imposizione. Questa separazione avviene solitamente perché la figura che impone una regola vive in un legame affettivo con chi la subisce, pertanto non può divenire un nemico oppressore assoluto da combattere (come se fosse un estraneo). La cognizione razionalizzata quindi separa la regola da chi la impone e in qualche modo scagiona l'impositore della colpa di comportarsi in quel modo e sposta il focus oppressivo sulla regola stessa e sulla entità da essa rappresentata. Per esempio, il genitore che impone la regola di un orario da rispettare, compie una azione che, per quanto sensata, verrà vissuta dal figlio come opprimente. Tuttavia il genitore è amato dal figlio, pertanto egli non individua il genitore come un nemico, ma focalizza come odiosa/opprimente solo la regola.

 

Ma cosa succede se, nel contesto familiare, ci si oppone ad una regola o un atteggiamento imposti?

Si apre un conflitto, piccolo o grande, nel quale si generano ovviamente due fazioni. Il soggetto che si oppone rompe un tacito consenso al potere gerarchico implicito e automatico. I genitori avvertono l'ostilità della opposizione e inizia una catena di reazioni. Chi ha imposto la regola vede minacciata la propria autorità dalla 'ribellione' e attiva una certa propria modalità di difesa, sia della regola in sé, sia del fatto che è stata messa in discussione la propria figura, il proprio ruolo e la propria autorità. Il genitore che avverte un rifiuto ad una regola che ha imposto, proietta una ribellione a tutti insieme questi significati, in pratica, proietta di sentirsi esautorato nel suo complesso di figura genitoriale. Il più delle volte questo schema non raggiunge connotazioni drammatiche di un conflitto significativo, in quanto il genitore sa, e il figlio anche, che si attuerà una mediazione reciproca di qualche tipo e la cosa andrà digerita da entrambi. Altre volte, la drammatizzazione diviene molto forte e anche consueta, scatenando complesse catene di incomprensioni.  Entrando più nel dettaglio, è facile osservare che il genitore che ha la sensazione di essere esautorato, si vede come vittima del rifiuto del figlio. Egli soffre del fatto che il figlio non comprende l'alto valore della sua posizione genitoriale, il  figlio non accetta il modo protettivo che sta esprimendo, non accetta di capire che agisce per il suo bene (del figlio). In poche parole il genitore si sente vittima del comportamento sbagliato del figlio. Questo processo può variare di intensità ma non di sostanza. La grande difficoltà nel comprendere e cogliere questi dinamismi sta nel fatto che non siamo abituati a leggerli in chiave funzionale, li leggiamo solo moralmente, infatti, se sei figlio condividi la posizione del figlio condannando il genitore oppressore, se sei un adulto invece condividerai la posizione del genitore e non quella del figlio.

 

Ora, per capire le dinamiche emotive (senza giudicarle) dobbiamo aprire la mente e comprendere che per ottenere uno scopo, tipo quello della regola genitoriale, ci sono molti e molti modi, ma uno solo di tipo vittimistico, che passa per la moralizzazione dei ruoli con l'esercizio del potere diretto e immediato (non educativo) e la creazione di un colpevole. Nella nostra cultura tradizionale la attuazione del comportamento vittimistico, come vedremo, è molto radicata. Se stacchiamo la connessione tra il contenuto cognitivo della regola dall'atteggiamento/comportamento sarà più facile comprendere come si sviluppano i conflitti interiori, come ad esempio il senso di colpa, la rabbia, il nervosismo, l'ansia e molti altri problemi.

Nella quotidianità invece, il processo vittimistico ha il sopravvento, anche se non ce ne accorgiamo. Ma come prosegue la catena di reazioni della paura quando si innescano i dinamismi moralizzati del vittimismo? Per prima cosa i soggetti trascenderanno in comportamenti stizziti, nervosi o anche di rabbia. Sia il genitore dell'esempio, sia il figlio, attiveranno delle forme di varia intensità di rabbia, che possono essere espresse palesemente oppure solamente provate interiormente e represse.

Nulla di nuovo, ma risulta interessante osservare che in questa conflittualità, la carta giocata da chi impone la regola è quella del ricatto affettivo, che sostanzialmente esprime che, siccome tu, figlio, non ubbidisci, allora io genitore soffro e quindi sei cattivo. La pena è l'isolamento, il rifiuto, la negazione dell'affetto "che non ti darò più considerazione per il tuo comportamento disobbediente". Il gioco del potere nelle relazioni interpersonali si configura sempre come un esercizio che, a prescindere dagli argomenti cognitivi che vengono messi in campo, porta univocamente alla negazione reciproca attraverso l'antagonismo e a una catena di conflitti conseguenti.

L'esempio citato è senz'altro grossolano, ma è indicativo di un sistema che più o meno conosciamo tutti. Questi schemi vengono agiti dai genitori verso i figli e ancor più dai figli verso i genitori. Ciò che è meno banale e noto è proprio l'uso della morale come strumento di potere così preciso, funzionale, onnipresente e intransigente. Se mettiamo assieme la dinamica della paura primaria e la morale, comprendiamo una sequenza inedita nel modo di capire i comportamenti umani.

 

È noto come, fino al secolo scorso, l'anziano esercitava il potere oltre che l'autorevolezza, a prescindere dall'effettiva correttezza di questo esercizio, si ubbidiva e basta. Nella famiglia moderna, l'esercizio del potere attraverso la morale si esplica in alcuni comportamenti caratteristici: il ricatto affettivo, l'attivazione dei sensi di colpa, la competitività inconsapevole e l'autorità economica (del denaro) familiare. Questa moderna variante non si scosta molto dalla tradizionale se non per il fatto che togliendo l'assertività nel comportamento, la credibilità di chi agisce ne è risultata indebolita, e, non avendo un sostituto all'altezza, il vittimismo diviene automatico e induce alla ribellione e alla sfida. L'uso strumentale del potere morale che viene esercitato all'interno della famiglia è di difficile comprensione su se stessi, poiché quest'area è permeata di consuetudini, abitudini e convenzioni che nascono e si sviluppano in maniera molto personalizzata. Il sistema delle valutazioni bene/male, giusto/sbagliato, colpevole/innocente diventa, all'interno della famiglia, un sistema di graduazioni nel quale si definisce il proprio valore e la propria autostima. Risulta naturale e comprensibile che per comprendere le questioni intorno all'autostima sia necessario approfondire questi temi.

Tuttavia, per comprendere dove e come viene esercitata questa forma di potere, ci possiamo avvalere di una precisa sensazione: il senso di colpa. In questa riflessione dobbiamo ricordare che esercizio del potere e senso di colpa, non vanno intesi come qualcosa di negativo, ma di relazionale, avulso da una visione dove vengono definiti “giusti” o “sbagliati”. La presenza del senso di colpa ci dice che si sta nuotando nelle acque della negazione. Questo sentimento non è da confondere con un'emozione primaria, esso esiste in funzione di una dinamica comportamentale e comunicativa che ha discriminato moralmente i fatti e/o le azioni.

 

Nel suo insieme abbiamo compreso come la morale individuale sia un sistema complesso che gioca un ruolo fondamentale nei dinamismi di tipo vittimistico. Essa è un vero e proprio strumento che la mente utilizza in modo sistemico per condizionare gli altri per conseguire i propri scopi e definire le proprie sensazioni.

 

 

 

 

Per proseguire, approfondisci anche:

 

La morale e la paura di sbagliare

 

La morale e il dinamismo vittima-carnefice

 

 Il vittimismo moralista come strategia inconsapevole

 

Il moralismo competitivo come pratica nella psicoterapia

 

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